IL PRIMO RE | Recensione del film di Matteo Rovere

Il commento più diffuso che potete trovare in giro su Il primo re, il nuovo film di Matteo Rovere uscito lo scorso 31 gennaio, è: “Non sembra un film italiano”. Vuole essere un complimento, a sottolineare la differenza tra un prodotto insolito per il panorama nazionale e la proposta standard. È limitante, però, e in qualche modo disonesto, soprattutto nei confronti del regista Matteo Rovere.

Rovere, infatti, è una delle personalità più interessanti del nostro cinema. Come produttore ha partecipato a molti dei progetti più innovativi visti negli ultimi tempi (dai The Pills sul web a la saga di Smetto quando voglio). Da regista ha fatto capire in che modo si possa fare un cinema diverso con Veloce come il vento. Il primo re, quindi, non è un’anomalia ma la tappa di un percorso preciso.

La leggenda di Romolo e Remo perde, nell’impostazione di Rovere, ogni riferimento mitologico. È la storia cruda e sporca di due pastori di un Lazio primitivo che si ritrovano a fondare una città. Romolo (interpretato da Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) vengono presi prigionieri insieme ad altri contadini dai soldati della città di Alba. Riescono a scappare dopo essere stati costretti a battersi tra di loro, coinvolgendo nella fuga gli altri prigionieri e una vestale, la sacerdotessa che protegge il fuoco, unico dio riconosciuto. Nella fuga, Romolo rimane ferito e Remo diventa la guida del gruppo.

C’è un lavoro di produzione enorme dietro a Il primo re. Come per Lo chiamavano Jeeg Robot e i film di Smetto quando voglio, Rovere dimostra che in Italia si possono fare film coraggiosi lontani dalla commedia tradizionale. L’intenzione dichiarata era di mettere in mostra le eccellenze cinematografiche italiane. Ci sono riusciti.

Sul piano tecnico, Il primo re è un film impeccabile. Dalla sequenza iniziale della piena del Tevere a tutto il corredo di trucco, costumi, mostra il massimo potenziale del cinema italiano. Matteo Rovere ha quindi raggiunto il suo obiettivo, da questo punto di vista.

Bisogna anche valutare il film. Senza dubbio, Il primo re ha un grande impatto sullo spettatore. Ricorda storie di fuga e sopravvivenza che vanno da The Revenant al passato recente di Apocalypto. Proprio al cinema di Mel Gibson, Rovere sembra pagare un inatteso tributo anche nella scelta di far recitare i suoi interpreti in un rigoroso protolatino. L’enorme sforzo produttivo alla ricerca di una ricostruzione storica il più possibile autentica – gli attori non si sono lavati per tutto il periodo delle riprese; è stato fatto arrivare un cervo apposta dalla Romania perché era di una razza antica presente anche in Italia all’epoca del film – sembra però tralasciare l’aspetto fondamentale del coinvolgimento del pubblico.

Le scelte del regista, dalla lingua alla ricerca costante e immediata dell’azione, lasciano gli spettatori senza riferimenti. È difficile immergersi nel film e trovare appigli emotivi per un coinvolgimento totale. A colpire è solo la violenza, brutale e cruda.

(Il primo re, di Matteo Rovere, storico, 2019, 127’)

Autore dell'articolo: moviedigger