GLI ANNI PIÙ BELLI | Recensione del film di Gabriele Muccino

di Manuela Saraceno

Dopo il grande successo riscosso nel 2018 con A casa tutti bene Gabriele Muccino torna al cinema il 13 febbraio 2020 con Gli anni più belli, forse il più autobiografico dei suoi film, nel quale racconta le vite di quattro amici Giulio (Francesco Centorame/Pierfrancesco Favino), Paolo (Andrea Pittorino/Kim Rossi Stuart), Riccardo (Matteo De Buono/Claudio Santamaria) detto anche “sopravvissù” e Gemma (Alma Noce/ Micaela Ramazzotti) nell’arco di quasi quarant’anni, dal 1982 ad oggi, dall’adolescenza all’età adulta.

Il regista narra di un’amicizia che nè le sconfitte, nè gli anni riescono a intaccare; il fulcro dell’intera vicenda è perciò caratterizzato dallo scorrere del tempo che fa crescere e maturare i personaggi, li trasforma, li segna ma non li allontana mai completamente.

Nella prima parte della pellicola viene descritto il tempo dell’adolescenza. La scelta di rendere, quasi sempre, i dialoghi “urlati” (perfino troppo rispetto ai volumi a cui ci ha abituato il cineasta) in questa fase della vita è forse da riferire all’emotività e alle pulsioni che tratteggiano quell’età ribelle, in cui inizia l’accettazione di sé, del proprio corpo che cambia, in cui si consolida l’identità sessuale e l’amicizia e la condivisione la fanno da padrone.

Nella seconda, invece, trapelano la malinconia e la disillusione che descrivono la generazione dei cinquantenni (a cui il regista ormai appartiene) che ha smarrito le certezze e i sogni dell’adolescenza e non è riuscita a trovare un vero e proprio posto nel mondo nonostante sia stata testimone di fatti storici importanti come la caduta del muro di Berlino, Mani Pulite, la discesa in campo di Berlusconi, l’11 settembre, la nascita del movimento del cambiamento (M5s).

Malgrado le difficoltà i quattro protagonisti, sia da ragazzi che da adulti, vengono rappresentati come incurabilmente affamati di vita e proiettati verso il futuro, nessuno di loro appare rassegnato, tant’è che Paolo (Rossi Stuart) in una delle scene del film – citando Madre Teresa – afferma solennemente che “LE CICATRICI SO’ ER SEGNO CHE E’ STATA DURA. IL SORRISO E’ IL SEGNO CHE CE L’ABBIAMO FATTA“.

Qualche chicca:

  1. il film era stato annunciato con il titolo “I migliori anni” e poi modificato successivamente nell’attuale. La scelta sembra sia da ricondurre all’inedito “Gli anni piu belli”, nelle radio e in digitale dal 3 gennaio 2020, che Claudio Baglioni ha composto proprio per Muccino.
  2. Baglioni è onnipresente, sue anche le canzoni ” E tu come stai?” e ” Mille giorni di te e di me”.
  3. Le musiche sono del premio Oscar Nicola Piovani;
  4. Con “Gli anni più belli” il regista ha voluto rendere omaggio ai Padri del cinema e alla commedia all’italiana. In particolare a “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (i 4 amici di Muccino ricordano e replicano, in più occasioni, il quartetto composto da Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli), a “La dolce vita” di Federico Fellini, ma anche a “Una vita difficile” di Dino Risi. In realtà c’è perfino una rievocazione de “Il tempo delle mele” di Claude Pinoteau.
  5. Il regista omaggia anche sè stesso attribuendo alla figlia di Giulio (Favino) e Margherita (Romanoff) il nome “Sveva”, lo stesso scelto da Carlo (Accorsi) e Giulia (Mezzogiorno) per la loro bimba ne “L’ultimo bacio”.
  6. I figli di Muccino compaiono in due piccoli ruoli: Ilan Muccino ha interpretato “Leonardo” il figlio di Gemma (Ramazzotti); Penelope Muccino, invece, “Sveva” la figlia di Giulio (Favino) da bambina.

(Gli anni più belli, di Gabriele Muccino, drammatico, 2020, 129′)

Autore dell'articolo: moviedigger