immagine del film c’era una volta a Hollywood

C’ERA UNA VOLTA…A HOLLYWOOD | Recensione

Finalmente ci siamo. Dopo la presentazione a Cannes e la distribuzione nel resto del mondo, è arrivato anche in Italia C’era una volta…a Hollywood, l’attesissimo nono film di Quentin Tarantino.

C’è sempre grande attesa, per i pochi film del regista di Pulp Fiction, ma questa volta eravamo decisamente sopra la media. I motivi sono tanti.

Partiamo dal cast: Tarantino ha messo insieme due degli attori più rappresentativi del cinema degli ultimi venticinque anni come Brad Pitt e Leonardo DiCaprio, e intorno a loro ha sparso gente del livello di Al Pacino, Margot Robbie e una serie di altre facce famose. Ci sono i membri della sua gang come Kurt Russell, Samuel L. Jackson o Michael Madsen che compaiono tutti per qualche minuto, chi più chi meno. Ci sono attori tv come il compianto Luke Perry o Damian Lewis (Homeland).

A spingere davvero in orbita l’attesa di pubblico e stampa è stata però la notizia che Tarantino avrebbe ambientato il suo nuovo film in un mondo senza dubbio reale e specifico: la Hollywood del 1969, in particolare Cielo Drive, ancora più in particolare la villa accanto a quella in cui venne massacrata dalla “famiglia” di Charles Manson Sharon Tate, moglie di Roman Polanski.

Ad abitare in quella villa è, in C’era una volta…a Hollywood, Rick Dalton, un tempo star della tv, ora in declino dopo aver tentato senza fortuna il salto nel cinema. Dalton si trascina tra ruoli di cattivo portandosi sempre appresso la sua storica controfigura, Cliff Booth, che gli fa anche da autista e factotum. Sharon Tate e Polanski sono lì accanto, vicini ma inavvicinabili.

Quentin Tarantino prosegue quel percorso di revisione della Storia che aveva iniziato con Bastardi senza gloria e proseguito con Django Unchained. Dopo aver liquidato Hitler e lo schiavismo, qui si intromette in una delle pagine più nere della storia del cinema.

Ci sono tutti gli elementi che caratterizzano il cinema tarantiniano: grandi dialoghi; ironia; citazionismo e cultura cinematografica a quintali. Per la prima volta nella carriera, Tarantino parla di cinema apertamente. I suoi personaggi vivono di cinema e nella patria del cinema statunitense.

È proprio l’ambientazione – sia storica che geografica – a scatenare tutta la potenza di C’era una volta…a Hollywood.

Chi si aspettava un film su Sharon Tate rimarrà deluso. Siamo davanti a un film che è un omaggio sentito e rispettoso a un cinema commerciale che sul finire degli anni Sessanta stava conoscendo il suo declino negli Stati Uniti.

Rick Dalton incarna un’epoca di film e serie tv per le quali non c’è più stato posto a un certo punto a Hollywood. Nuove tematiche, nuove sensibilità, nuove idee hanno chiuso la strada a Dalton e a tante altre star che si sono trovate senza un posto, senza un ruolo.

È il tipo di cinema a cui Quentin Tarantino ha sempre guardato di più, quello da cui ha saputo distillare la sua idea di cinema.

La vicenda di Sharon Tate diventa quindi un semplice pretesto per raccontare un’epoca. Tate, del resto, prima della sua drammatica scomparsa, era stata protagonista di una serie di film piuttosto leggeri e stereotipati, ma intrisi di estetica anni Sessanta e pienamente rappresentativi di un’epoca. Anche lei è un simbolo, per Tarantino, come Dalton. E dal loro incontro parte una versione diversa della Storia.

Non diremo altro per non rovinare il film con eventuali spoiler. Ci limiteremo a dire che la coppia Leonardo DiCaprio – Brad Pitt funziona a meraviglia e che ognuno dei due è perfetto nel suo ruolo.

C’era una volta…a Hollywood può essere definito il film più personale di Tarantino, quello in cui il suo amore per il cinema viene fuori nella forma più chiara e compiuta. Un grande film, insomma.

(C’era una volta…a Hollywood, di Quentin Tarantino, 2019, drammatico-thriller, 161’)

Autore dell'articolo: moviedigger