FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2026: tutti i film della 21° edizione

Svelato il programma ufficiale della Festa del Cinema di Roma, che quest’anno durerà un giorno in più

La ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma inizierà martedì 13 e si concluderà domenica 25 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone e in diversi altri luoghi della città, durando un giorno in più rispetto agli anni precedenti.

Monica Vitti è la protagonista dell’immagine ufficiale della manifestazione. A novantantacinque anni dalla nascita, Roma celebra la grande attrice, tra le maggiori interpreti del nostro cinema, con uno scatto realizzato da Sergio Strizzi sul set de L’eclisse, capolavoro di Michelangelo Antonioni insignito del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 1962.

Il film d’apertura, inserito nella sezione Grand Public, sarà Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese, reduce dal successo della commedia Follemente. La pellicola racconta le vicende di tre coppie estranee tra loro, unite dalla gabbia emotiva che si sono costruite per paura del mondo esterno e da un perimetro rassicurante che ne limita i sentimenti. L’equilibrio si spezza quando un evento inatteso le travolge tutte, costringendole a riordinare cuore e anima, a mettere in discussione la propria esistenza e a liberarsi di ciò che è superfluo.

L’attore spagnolo Javier Bardem sarà a Roma per ritirare il Premio alla Carriera consegnato dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino e per presentare El ser querido, il nuovo lavoro del regista Rodrigo Sorogoyen inserito nella sezione Best of 2026. Un altro riconoscimento ufficiale, l’Industry Lifetime Achievement Award, verrà assegnato alla produttrice britannica Tessa Ross che ha reso possibili successi come The Millionaire, L’ultimo re di Scozia, 12 anni schiavo e La zona d’interesse.

Tra le grandi star che calpesteranno il red carpet romano ci sarà sicuramente Jenna Ortega protagonista del nuovo film di Taika Waititi Klara e il sole. Grande attesa anche per due veterani di Hollywood Julianne Moore e Paul Giamatti interpreti in The Debut, mentre Andrew Scott presenzierà per Elsinore.

Concorso Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani

Concorso internazionale composto da 18 titoli.

  • Brianza di Simone Catania (Italia/Svizzera)
    2009: per salvare la storica armeria di famiglia dal fallimento e mantenere la propria rispettabilità, l’imprenditore Giorgio Farina (Fausto Russo Alesi) accetta il piano di appropriazione indebita dell’eccentrico affarista Alberto Fumagalli (Paolo Pierobon). Quella che sembra un’uscita facile si trasforma in una pericolosa spirale di segreti che minaccia la sua famiglia e il suo onore. Ispirato a una storia vera.
  • Ceniza en la boca di Diego Luna
    Dal Messico a Madrid, da Madrid a Barcellona e ritorno: la storia di Lucila è una migrazione continua alla ricerca di un posto nel mondo. Emigrata per sfuggire alla violenza del Messico grazie ai sacrifici della madre, Lucila si adatta a ogni lavoro pur di resistere al disincanto del fratello, convinto che ovunque si tratti solo di sopravvivere. Quarto film di Diego Luna, accorato e lucido, scritto con Alba Castillo e Diego Rabasa dal romanzo di Brenda Navarro, è un’opera profonda sullo sradicamento.
  • Closure di Michał Marczak
    Il filmmaker Michał Marczak affianca Daniel nella straziante ricerca del figlio adolescente, scomparso nel fiume Vistola. Tra tecnologie d’allora ad hoc (droni e videocamere subacquee) e le storie parallele di altri genitori in bilico tra il dolore e la speranza, il film si configura come un anti-reality immersivo, cinematografico e dal sound design unico. Un documentario che sfida le convenzioni del genere, trasformandosi in un racconto in divenire senza certezze né facili catarsi.
  • Congo Boy di Rafiki Fariala (Repubblica Centrafricana/Francia/Repubblica Democratica del Congo/Italia)
    Robert ha diciassette anni e sogna di farsi strada nel mondo della musica rap. Fuggito con la famiglia dal Congo in preda alla guerra civile, vive a Bangui, nella Repubblica Centrafricana. Quando i suoi genitori sono arrestati e messi in carcere, Robert deve darsi da fare per mantenere sé stesso, i fratelli e le sorelle minori. Tra gli impegni a scuola e i lavori occasionali, non abbandona la sua vocazione musicale. Rafiki Fariala (musicista, cantante e poeta slam noto con il nome d’arte Rafiki-RH20) costruisce Congo Boy sulla propria storia di giovane rifugiato e aspirante musicista con uno stile semplice, ritmato, coinvolgente ed efficacissimo. Bradley Fiomona Dembeasset è perfetto nella parte del giovane protagonista.
  • Dua di Blerta Basholli
    Priština, fine anni Novanta. Mentre le tensioni tra albanesi e serbi si fanno sempre più violente e la guerra appare ormai vicina, la tredicenne Dua cerca di trovare un posto tra i coetanei e di fare i conti con un corpo che cambia. L’incontro con Maki, una ragazza più sicura e combattiva che la introduce al judo, le offre una prima forma di emancipazione, mentre in famiglia si discute se lasciare il Paese e suo fratello pensa invece di prendere le armi. Dopo Hive, Blerta Basholli torna a raccontare il Kosovo scegliendo questa volta lo sguardo di un’adolescente e facendo coincidere la scoperta di sé con l’irruzione della Storia nella vita quotidiana. La macchina da presa rimane quasi costantemente vicina a Dua, immortalandone esitazioni, paure e improvvise euforie senza separare i toni del coming of age dalla violenza politica che lo condiziona. Il film rappresenterà il Kosovo agli Oscar® 2027.
  • Eurotrash di Frauke Finsterwalder
    Philipp (Alexander Fehling) odia Zurigo e ha un rapporto conflittuale con la madre (Barbara Sukowa), dipendente da alcol e psicofarmaci. Sorprendendo sé stesso, decide di accompagnarla in un viaggio che attraversa la Svizzera: per la donna è anche un modo per sperperare il frutto dei suoi investimenti nell’industria delle armi. Madre e figlio si confrontano con la loro profonda incapacità di comunicare, e fanno i conti con i fantasmi che li hanno sempre divisi e allontanati. Reso vibrante da una grande Barbara Sukowa, Eurotrash è un viaggio attraverso i panorami e i segreti di un’Europa che sogna di fuggire da sé stessa; ma soprattutto è la storia tragicomica di una famiglia borghese, dei suoi demoni, della vergogna e del senso di colpa ereditati dal passato e della necessità di superarli. Dall’omonimo romanzo autobiografico di Christian Kracht, una delle nuove voci della letteratura tedesca contemporanea.
  • Giorni felici di Susanna Nicchiarelli con Carlotta Gamba e Riccardo Scamarcio (Italia/Belgio)
    Claudia ha vent’anni ed è una ragazza come tante, che vive tra amori passati e futuri, passioni e prove da affrontare. Ma Claudia ha qualcosa di speciale: a volte, quando le emozioni prendono il sopravvento, si trasforma in una strana creatura, con ali bianche, zanne e zampe. Seguendo i turbamenti e le peripezie di Claudia, Giorni felici racconta la storia di una crescita, di una trasformazione e della costruzione di un’identita.
  • The Guest di Mads Mengel
    Karl (Simon Bennebjerg) ed Emilie (Mette Klakstein Wiberg) hanno invitato amici e parenti in un hotel di lusso sulla spiaggia per il battesimo del loro bambino appena nato. Il problema maggiore sembra essere la scelta tra gli asparagi o il salmone come antipasto, finché non compare la donna che, nelle prime inquadrature del film, abbiamo visto guidare nervosamente un’auto, fumando e senza cintura allacciata: Vibeke (Trine Dyrholm), la mamma di Karl e di sua sorella Rikke che, all’insaputa del fratello, l’ha invitata all’evento. Una mamma stravagante, ingombrante, eccentrica, disturbata, dalla quale Karl ha preso le distanze da anni. Trine Dyrholm (star di Thomas Vinterberg e Susanne Bier, ma anche la Nico di Susanna Nicchiarelli) trascina con spirito indomito e spesso inafferrabile il dramma familiare grottesco e nero, esordio nel lungometraggio del danese Mads Mengel.
  • I Love Boosters di Boots Riley
    Capelli gialli, rosa, viola e abiti coloratissimi, mini, spumeggianti, provocanti. Non hanno paura di nulla e certo non hanno paura di essere notate le giovani taccheggiatrici che rubano abiti firmati nei grandi magazzini della San Francisco Bay Area per poi venderli a prezzi stracciati. Una pratica che in inglese si chiama “boosting”, mentre le ragazze si fanno chiamare la “Velvet Gang” e prendono di mira soprattutto la catena Metro, che vende le collezioni monocromatiche firmate da una stilista tostissima interpretata da Demi Moore. Il rapper Boots Riley, autore di Sorry to Bother You, torna alla regia con una commedia trascinante e politica, che scava ridendo nell’immoralità dell’industria della moda, apre squarci surreali di viaggi nel tempo e nello spazio (in Cina, dove si cuciono gli abiti costosissimi venduti da Metro), e gioca con i colori e gli stili. L’altra faccia, polemica, un po’ demenziale, irresistibile, di Il diavolo veste Prada.
  • I See Building Fall Like Lighting di Clio Barnard
    I grandi palazzoni popolari cadono in una nuvola di polvere infernale per fare posto alla nuova edilizia in un’area di città gentrificata: siamo a Birmingham, dove cinque grandi amici trentenni si incontrano per il compleanno di uno di loro, e continuano poi a cercarsi e vedersi, nonostante la vita li abbia portati in direzioni diverse, da chi ha avuto successo con investimenti online e si è trasferito in una casa trendy a Londra a chi fa il rider. Tanta musica, luci e ombre, una felicità sempre inseguita e una solidarietà di gruppo sempre tenuta viva. Forte e vitale, il sesto film di Clio Barnard (The Arbor, Dark River, The Selfish Giant, Ali & Ava) prosegue il racconto della working class britannica contemporanea senza paternalismo né retorica; si butta dentro la mischia delle loro serate al pub e delle loro vite spesso disorientate. Dal romanzo omonimo di Keiran Goddard, un film umanissimo che sa raccontare illusioni e delusioni del nuovo secolo.
  • The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson
    Karen (Amanda Seyfried) insegna scrittura creativa in un carcere di massima sicurezza dell’Oklahoma. Wilson Shedd (Scoot McNairy) è sicuramente il migliore dei suoi “studenti”, sa raccontare con grande efficacia la sua vita segnata dalla violenza: e pian piano Karen, vittima degli abusi del marito, si lascia irretire. Dire di più non si può, anche perché il film ha una costruzione non lineare che riserva più di una sorpresa. Al di là della tensione noir che richiede nervi saldi, quello dello sceneggiatore e regista Tim Blake Nelson (attore per Malick, i fratelli Coen, Spielberg e molti altri) è l’affresco complesso e polifonico di un’America marginale, sia bianca sia nera, che sembra non poter trovare mai una redenzione. E alla fine diventa una riflessione sul concetto di giustizia e sulla sua applicazione punitiva, che pone questo film accanto ai grandi classici del genere.
  • Mustang di Kasia Smutniak (Italia)
    Nel 2003 Kasia e Pietro si conoscono da poco quando, zaino in spalla e una piccola telecamera, partono per il Mustang. Quel luogo sospeso nel tempo, dove non esiste neppure la strada, diventa parte di loro e lì si scambiano una promessa: tornare un giorno e fare qualcosa per proteggere quella cultura. Ma il corso degli eventi cambia improvvisamente e insieme non ci torneranno più. Molti anni dopo la loro figlia Sophie riscopre le immagini di quel primo viaggio e di quelli che sua madre ha fatto poi con lei da bambina. È in questo percorso che nasce l’incontro con una donna speciale, Kunzom e con lei si realizza la promessa fatta un tempo: costruire una scuola che consenta ai bambini di quella regione di proseguire gli studi senza dover abbandonare le loro famiglie. Attraverso la voce di Sophie, il racconto ripercorre oltre vent’anni di vita, tra memoria personale e storia collettiva, in un viaggio che attraversa il tempo e le generazioni, cercando ciò che resta quando tutto si trasforma in quel flusso incessante che in Mustang chiamano Samsara.
  • Sants di Mikel Gurrea
    Fiaccole nella notte, all’improvviso, o fuochi fatui, lucciole, stelle di un’immaginaria, mobile costellazione: sono le luci sui caschi da minatore di un gruppo di ladri. Lali, tornata a Barcellona dopo anni di vagabondaggio per assistere la mamma malata terminale, è una di loro: rubano santi, Madonne, immagini sacre, nelle chiese, nelle cappelle, nelle strade, nei palazzi. E le rivendono ai ricettatori specializzati, che hanno una classifica precisa per tutte le statue dei santi. Scritto e diretto da Mikel Gurrea (esordiente nel 2022 con Suro), tra accorato mélo famigliare e thriller, un film che ritrova il surrealismo nero tipicamente spagnolo. Con momenti imprevedibili e altri visivamente notevoli, immersi in un universo urbano tutto da scoprire. La protagonista è Victoria Luengo, l’interprete di El ser querido di Rodrigo Sorogoyen e Amarga Navidad di Pedro Almodóvar.
  • Skateboarding Is Not for Girls di Dina Duma
    Una ragazzina fa skateboard, mentre in split screen scorrono le immagini di una città: Adela ha undici anni e vive a Skopje, la capitale della Macedonia del Nord, insieme alla mamma e alla sorella più grande, Zara. Il babbo è partito da tempo, emigrato in Svizzera, dove si è fatto una vita lontana dalla famiglia. Il mondo va avanti, Adela e Zara vivono nella modernità, ma sopravvivere facendo pulizie è difficile e un matrimonio vantaggioso per Zara aiuterebbe. Secondo lungometraggio della regista macedone Dina Duma (autrice di Sisterhood, candidato all’Oscar® nel 2021), Skateboarding Is Not for Girls cattura la vitalità incontenibile delle ragazze in un Paese e una cultura ancora agganciati a tradizioni patriarcali come quella del “mercato delle spose”.
  • Thit-thee Khu di Aung Phyone
    La timida San Kyi vive in povertà lavorando in una fabbrica tessile di Yangon. L’arrivo della giovane Theint Theint Oo rompe lentamente la sua monotonia: tra le due nasce un legame profondo, destinato però a scontrarsi con una società che rifiuta l’amore tra donne. L’esordio nel lungometraggio del birmano Aung Phyoe parte dalle coordinate del realismo sociale (il lavoro femminile, la precarietà, l’oppressione politica e le convenzioni familiari) ma preferisce affidarsi ai dettagli più piccoli e sorprendenti. L’amore diventa qui una richiesta di libertà, tanto più forte poiché espressa in un Paese dove il desiderio privato e il controllo sociale sono difficili da separare. E il sentimento non rappresenta una fuga dal mondo, ma forse il primo modo possibile per immaginarne uno diverso.
  • Ulya di Viesturs Kairišs
    Unione Sovietica, Lettonia, 1964. Ulya, un’adolescente alta quasi due metri, cresce in un isolato villaggio rurale. La sua altezza insolita turba la sua famiglia, che si chiede se ci sia un posto per lei nel mondo. Quando la sua foto di classe raggiunge gli allenatori di basket, Ulya viene portata a Riga per essere inserita nella famosa squadra TTT. Lottando con la sua altezza e la sua identità, si allena duramente, ma si rende conto che il basket non può realizzare il suo sogno di una vita normale. Fuggita e tornata a casa, Ulya scopre che sia la vita del villaggio che il basket la vedono solo per la sua altezza. Accettando sé stessa, si trova di fronte a una scelta: nascondersi o puntare ad essere la migliore giocatrice di basket del mondo. Le origini della leggendaria cestista sovietica Ulyana Semjonova, esplorate in uno stupefacente bianco e nero dal regista e dall’attore protagonista di January (qui anche sceneggiatore), entrambi vincitori del concorso di Roma 2022. Il film rappresenterà la Lettonia agli Oscar® 2027.
  • Voilà, c’est fini di Gustave Kervern
    Isole Mauritius: il dipendente di un grande resort (Loïc Mandere) si innamora di una turista francese anoressica (Suzanne Lindon, figlia di Vincent), sotto gli occhi apatici dei genitori di lei (Léa Drucker, Mathieu Amalric), e sogna di cambiare vita. Al suo primo lavoro da solo dopo la lunga collaborazione con Benoît Delépine, Kervern racconta la contemporaneità dalla prospettiva di un mondo apparentemente lontano, dove la vita “vera” degli isolani si svolge accanto a quella artificiale dei turisti. Non dimentica lo humour pungente e paradossale dei suoi film precedenti, ma non cerca mai la provocazione frontale: lascia parlare le immagini e fa un uso straordinario di una colonna sonora a contrasto, che va da Peaches ai Suicide.
  • Yesterday the Eye Didn’t Sleep di Rakan Mayasi
    Nella nebbia silenziosa della Valle della Bekaa, al confine tra Libano e Siria, qualcuno dà fuoco a un camion; con esso, una scintilla potenzialmente esplosiva si propaga in una comunità beduina dai legami strettissimi. Gamra è sparita – forse si nasconde, forse è in fuga – e suo cugino Yaser si mette in viaggio per ritrovarla. Più cerca a fondo, più si imbatte in fantasmi, vecchi rancori e nella logica lenta e bruciante della vendetta. A casa, le sue sorelle, Jawaher e Rim, vengono scelte per rimettere le cose a posto. Non viene chiesto loro il parere: vengono offerte. Una è calma, l’altra ribelle, ma entrambe sanno con quanta rapidità le ragazze possano essere scambiate in cambio della pace. I giorni scorrono. Si taglia la legna. Si lava la lana. Si abbassa lo sguardo. Eppure, sotto la superficie, tutto è cambiato: una canzone segreta, un addio inquieto, una macchia di rossetto nell’oscurità. Primo lungometraggio del regista palestinese Rakan Mayasi, nato a Berlino, cresciuto ad Amman e attualmente residente tra Beirut e Bruxelles.

Grand Public

  • La Bataille de Gaulle: L’âge de fer, di Antonin Baudry
    Giugno 1940. La Francia crolla e firma l’armistizio. Nel mezzo del caos, un uomo rifiuta di arrendersi. Da solo contro tutti, questo generale sconosciuto fugge verso Londra per salvare ciò che resta di un sogno: la libertà. Senza esercito, senza appoggio, senza speranza. Ma con una folle convinzione: la Francia, la sua Francia, non ha deposto le armi. Tenta un’ultima scommessa: convincere il mondo che la battaglia di Francia non è né finita, né persa. La realtà è ostinata e gli dà torto. Ma a poco a poco si levano attorno a lui in Inghilterra, in Francia e in Africa dei resistenti nell’ombra, studenti liceali ribelli, soldati determinati. La loro fede, la loro audacia, la loro rabbia per la libertà sfidano la Storia che sembrava scritta in anticipo.
  • Changer l’eau des fleurs (Cambiare l’acqua ai fiori), di Jean-Pierre Jeunet con Leila Bekhti, Matthias Schoenaerts, Melvil Poupaud e con Sergio Castellitto (Francia, Italia)
    Violette Toussaint è la custode di un piccolo cimitero della Borgogna. Nella sua casa, passanti e frequentatori abituali vengono a lasciare un segreto e portarsi via un po’ di calore. Insieme alla piccola squadra di addetti alle sepolture, forma una famiglia un po’ fuori dal comune. Ma quali eventi hanno portato Violette in questo mondo dove il tragico e il comico si intrecciano?
  • The Debut, di Jesse Eisenberg
    Quando Mona Friedman (Julianne Moore), donna timida, modesta e dalla vita ordinaria, viene scritturata per una parte in una compagnia teatrale amatoriale, non immagina l’impatto che questo evento inaspettato avrà sulla sua vita. Sfidata dal risoluto regista dello spettacolo a dare il meglio di sé, si trasformerà infatti in un’attrice appassionata, disposta a tutto pur di proteggere l’integrità artistica del suo ruolo, trovando così anche la forza di riprendere in mano la propria esistenza. Una magnifica Julianne Moore è protagonista con Paul Giammatti di una commedia brillante ed emozionante, un potente racconto di rinascita e scoperta di sé attraverso la magia dell’arte e dello spettacolo, scritto e diretto dall’attore Jesse Eisenberg, alla sua terza regia dopo Quando avrai finito di salvare il mondo e A Real Pain.
  • Desiderio, di Michela Cescon (Italia)
    Alla fine degli anni Ottanta, in una Roma eterna e senza tempo, Matteo (Enrico Borello) frequenta l’università quando conosce Livia (Romana Maggiora Vergano). Lui sogna di diventare sceneggiatore, lei è ancora indecisa sul futuro. Tra loro scatta subito un’attrazione che mette a nudo le differenze sociali e le insicurezze della loro età. Quando Livia si trasferisce a Londra per cercare la sua strada, quel sentimento mai vissuto sembra solo un’illusione da ragazzi. Anni dopo Matteo è diventato giornalista, ha scelto una serenità familiare, si è sposato con Anna e ha due figli. Inaspettatamente rincontra Livia: lei custodisce un segreto e la sua presenza a Roma non è casuale. La distanza e il tempo non hanno spento il loro legame: ora riaffiora come un amore che chiede coraggio e responsabilità, scatenando conseguenze che mettono alla prova. E forse, al di là delle decisioni che prendono e degli eventi che accadono nelle loro vite, non avranno scelta. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio Montefoschi.
  • È andata così, di Gianni Zanasi (Italia, Spagna, Albania)
    Michelangelo Dalisi, Andréa Furet, Marco Fiore, Alma Teresa Giardina, Emanuele Maria Di Stefano Cecilia (Valentina Lodovini) si trova costretta suo malgrado a convivere in un casolare sperduto in campagna con i tre uomini più importanti della sua vita (Michele Riondino, Valerio Mastandrea, Leonardo Lidi). Tra assistenti sociali, gatti scappati, uno strozzino che l’aspetta sotto casa e ‘spettri’ che si aggirano, inspiegabilmente Cecilia ritrova tutto quello che le sembrava perduto. La leggerezza di poter dire “È andata così”.
  • Elsinore, di Simon Stone
    Colman racconta la storia vera e profondamente toccante di lan Charleson, uno dei più grandi talenti della sua generazione. Quando scopre di avere una grave malattia, il destino gli offre un’occasione che non è disposto a perdere per nessun motivo: interpretare l’Amleto al National Theatre di Londra. Charleson decide di affrontare questa sfida mettendo a rischio la propria vita, con coraggio e determinazione. La storia di un uomo che, attraverso l’arte, celebra la vita e la trasforma in qualcosa degno di essere ricordato e vissuto fino in fondo.
  • Le Fantôme de l’Opéra, di Alexandre Castagnetti
    Nella Parigi dei giorni nostri, Anastasia (Deva Cassel), una giovane ballerina, entra a far parte del prestigioso teatro de l’Opéra di Parigi. Mentre prova L’Orpheus, un’opera maledetta che sarebbe stata composta dal Fantasma dell’Opera, si innamora di un misterioso pianista (Julien de Saint-Jean). Con l’avvicinarsi della prima rappresentazione, tra incidenti inspiegabili e rivelazioni sconcertanti, Anastasia si ritrova coinvolta in una storia d’amore impossibile, al confine tra il reale e il fantastico.
  • Geister (Ghost Song), di Fatih Akin
    Farasha e Faris si sono incontrati a un party di laurea; hanno vent’anni, si sono guardati e innamorati a prima vista. Ma succede qualcosa che li separa, e resteranno solo quaranta notti per continuare a vedersi, parlarsi, conoscersi. Il nuovo film di Fatih Akin (La sposa turca, Soul Kitchen, Oltre la notte, L’isola dei ricordi) è una storia d’amore intensa e tenera che punta dritta al mélo: un amore impossibile, percorso da fantasmi che si aggirano di notte in città e si allontanano, in autobus, in metro, in vaporetto. Ambientato ad Amburgo, ripresa in un bianco e nero denso e suggestivo da Frank Griebe (uno dei maggiori direttori della fotografia tedeschi di oggi, noto per il lavoro con Tom Tykwer), con una visione mozzafiato dall’alto della Heinrich-Hertz-Turm (la torre della televisione, alta 279 metri), un racconto romantico e misterioso pienamente contemporaneo.
  • I Play Rocky (Rocky sono io), di Peter Farrelly
    Sylvester (Anthony Ippolito) sogna di fare l’attore, ma è cresciuto in povertà e sbarca il lunario come può. Quando una sera, in un pub, vede in tv il leggendario incontro di boxe in cui Chuck Wepner mette al tappeto Muhammad Ali, scatta in lui un’ispirazione irrefrenabile: in pochi giorni febbrili, scrive un copione su un pugile perdente che dà tutto sé stesso per farcela, e riesce a portarlo a uno Studio hollywoodiano. I produttori leggono, si entusiasmano, sono disposti a comprare subito la sceneggiatura. Ma a Sylvester non basta: vuole essere lui a interpretare il suo Rocky Balboa. E non farà un passo indietro. Nel cinquantesimo anniversario di Rocky, la vera storia del film che ha trasformato lo sconosciuto Sylvester Stallone in un fenomeno mondiale, lanciandolo per sempre tra le star di Hollywood. Alla regia Peter Farrelly (premio Oscar® per Green Book). Impressionante il giovane Anthony Ippolito in un’interpretazione che vale una carriera.
  • Je so’ pazzo, di Nicola Prosatore (Italia)
    Je so’ pazzo è un ritratto intenso di Pino Daniele (interpretato da Massimiliano Caiazzo), un’anima ribelle nata nei vicoli di Napoli, che ha rivoluzionato la musica italiana fondendo blues, jazz e tradizione partenopea. Il film racconta la sua ascesa, dagli anni difficili dell’infanzia segnata dall’abbandono, fino al leggendario concerto del 1981 davanti a duecentomila persone. Tra conflitti familiari, fragilità personali e amori profondi, Pino trova nella musica un linguaggio per esprimere ciò che non riesce a dire. Ma il successo porta con sé nuove sfide: il rapporto irrisolto con il padre, il peso delle aspettative e il rischio di ripetere gli stessi errori. Non è solo la storia di un musicista straordinario, ma quella di un uomo in lotta con sé stesso, in cerca di riconciliazione con le sue radici e con l’amore di una città che non ha mai smesso di aspettarlo.
  • Un jeu dangereux, di Karine Silla
    In una lussuosa residenza estiva, una coppia sposata da più di vent’anni (Valeria Bruni Tedeschi e Vincent Perez) invita una giovane donna misteriosa (Zahia Dehar) per una breve vacanza. Tra desiderio, gelosia e non detti, nel trio s’insinua un gioco pericoloso, dove ciascuno recita la propria parte. I figli seguono la situazione a distanza e si preoccupano: chi gioca con chi? La loro madre è in pericolo?
  • Juste une illusion, di Eric Toledano e Olivier Nakache
    Vincent (Simon Boublil), che sta per compiere tredici anni, vive nella periferia parigina in una famiglia della classe media, tra un fratello maggiore distante (Alexis Rosesnstiehl) e genitori (Louis Garrel e Camille Cottin) in conflitto permanente. Non “più” un bambino e “non ancora” un adulto, Vincent si pone domande e i dubbi sull’identità, l’amicizia, la famiglia, la religione, il desiderio e i primi slanci amorosi. La nuova commedia di Eric Toledano e Olivier Nakache su quel periodo dell’infanzia in cui la speranza di cambiare il mondo non era “solo un’illusione…”
  • Klara and the Sun (Klara e il Sole), di Taika Waititi
    Tratto dal romanzo bestseller del Premio Nobel Kazuo Ishiguro e scritto e diretto dal Premio Oscar® Taika Waititi (Jojo Rabbit), Klara and the Sun racconta la storia di Klara (Jenna Ortega), un’Amica Artificiale il cui unico desiderio è trovare la casa perfetta. Quando Klara incontra Josie (Mia Tharia), le due scoprono fin da subito una forte affinità e, sebbene la ragazza viva un rapporto conflittuale con la madre (Amy Adams) segnato da un grave lutto, lo stupore innocente e l’incrollabile lealtà di Klara inizieranno a sanare le ferite della famiglia, riportando la luce nel complicato mondo di Josie.
  • Me, You, di Bille August (Italia, Francia)
    Ambientato nel 1950 su una piccola isola Italiana del Mar Mediterraneo, Me, You racconta la storia di Marco (Kolbjörn Skarsgård), un quattordicenne londinese, in vacanza con la famiglia, e del suo incontro con Caia (Sonia Ammar), una giovane donna ebrea rimasta orfana durante la Seconda guerra mondiale. Nel corso dell’estate, il loro legame si trasforma in un percorso di scoperta e crescita, toccando temi profondi come il trauma della guerra, la memoria e il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Tratto dal romanzo “Tu, Mio” di Erri De Luca, Me, You è un ritratto lirico dell’innocenza, del primo amore e delle cicatrici indelebili lasciate dalla guerra.
  • Il Ministero dell’Amore, di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo (Italia)
    Aldo (Pif) è un brillante cronista parlamentare che passa le sue giornate nel caos della politica romana, ignaro che la vera crisi stia per esplodere dentro di lui. Nel suo mondo interiore, infatti, i sentimenti diventano una questione di Stato e un singolare Consiglio dei Ministri governa ogni sua decisione attraverso decreti emotivi e leggi dell’anima. Quando la storia d’amore con Claudia (Alessandra Mastronardi) inizia a vacillare, il “Governo Aldo” precipita nella sua più grande crisi.
  • Noi, un po’ meglio, di Daniele Luchetti con Elio Germano, Maria Chiara Giannetta (Italia)
    Simone (Elio Germano) e Lucia (Maria Chiara Giannetta) sono molto diversi: lui è un uomo strutturato e con un forte senso della famiglia, lei è indipendente, allergica alle convenzioni e da sempre contraria alla maternità. Malgrado questo, il loro è un rapporto molto forte e ogni contrasto lascia il passo al loro amore, la cui colonna sonora è una continua, minuziosa e divertente trattativa su tutto. Quando la sfida diventa l’adozione di un bambino, quest’ultima diventa un’avventura che catalizza le loro divergenze più profonde. Riusciranno a superare i tanti ostacoli che questa prova metterà sul loro cammino? Una commedia sentimentale che mette a nudo la necessità di confrontarsi con le proprie paure e i propri desideri nel tentativo di essere sé stessi… un po’ meglio.
  • L’ora di tutti, di Stefania Rocca (Italia)
    Liberamente ispirato al romanzo omonimo di Maria Corti, il debutto alla regia di Stefania Rocca rilegge il sacco di Otranto del 1480 collocandolo in un tempo indefinito e facendone l’archetipo di ogni guerra. Idrusa (Alice Pagani) è sposata con Antonio, un pescatore, ma il loro matrimonio non la rende felice finché incontra Manuel, soldato spagnolo, e se ne innamora. Durante la notte della grande pesca, mentre Idrusa si abbandona a Manuel, Antonio sfida la tempesta per tornare a casa e perde la vita in mare. La flotta nemica ormai è alle porte. Manuel e i suoi compagni spagnoli fuggono. Nonostante la disperazione, gli otrantini scelgono di resistere. Gli uomini difendono le mura e le donne si rifugiano in cattedrale, ma Idrusa infrange il coprifuoco e attraversa la città assediata, collegando i due fronti. Svanita ogni speranza di aiuto, Idrusa guida le altre donne che si preparano a combattere. A loro è dedicato il film, alle donne dimenticate. Perché l’ora di tutti è l’ora della scelta: decidere chi essere e per quale libertà resistere.
  • Il profilo dell’altra, di Francesco Bruni (Italia)
    Antonia e Cecilia non potrebbero essere più diverse. Antonia (Pilar Fogliati) è una trentenne che pochi anni fa ha pubblicato un libro molto apprezzato ma poi, senza una spiegazione, ha smesso di scrivere e ora fa la cameriera in un bar di Milano. Cecilia (Ginevra Francesconi) è una diciottenne della Milano- bene, ma è anche una content creator con milioni di follower e una nonna elegante e severa che la segue nella sua inarrestabile ascesa sui social. Antonia e Cecilia svilupperanno una relazione profonda, conflittuale eppure simbiotica, che le cambierà entrambe radicalmente. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Irene Graziosi.
  • The Rome Eight, di Hannu Salonen
    Germania Ovest, fine anni Cinquanta. Karl Adam, docente di matematica e fisica, rivoluziona la disciplina del canottaggio agonistico grazie a innovativi metodi di allenamento basati sulla scienza. Attorno a sé raccoglie un gruppo di giovani atleti con l’obiettivo di guidarli fino alle Olimpiadi di Roma del 1960. Dietro l’impresa dell’equipaggio, destinata a spezzare quarant’anni di egemonia statunitense, trapelano le profonde spaccature del dopoguerra: le traversie del giovane Hans Lenk, separato dalla donna amata rimasta oltre il confine orientale, e l’ingombrante passato nazista del mentore Adam. Pur inserendosi nel solco del cinema sportivo più classico, il regista Hannu Salonen piega i codici del genere per orchestrare un attento scandaglio etico e civile della Germania dell’epoca individuando nello sport uno strumento in grado di unire un’intera collettività: il sincronismo della vogata e il ritmo condiviso dei remi trascendono infatti la dimensione agonistica, facendosi immagine simbolica di una generazione chiamata ad affrontare i fantasmi della Storia e a ritrovare una rotta comune.
  • Le rose di Marrakech, di Ginevra Elkann con Fanny Ardant, Nisrin Erradi e Ahmed Hammoud (Italia)
    Leila e Madame Isabelle: due donne che vengono da mondi lontani vivono in uno spazio fuori dal tempo, in quella tenuta di Marrakesh che racchiude sogni e segreti e dove ognuno interpreta alla perfezione il proprio ruolo. Leila è la devota governante di Madame, che custodisce meticolosamente l’ordine di questo luogo, in cui la perfezione e la bellezza sono l’antidoto ai dolori e alle preoccupazioni, tenute oltre le mura: fuori il deserto, dentro un giardino fiorito, a cui il fedele capo giardiniere Yusef si dedica totalmente, anche contro la stessa natura. Ma non bastano le mura di cinta per arginare la realtà. Quando la sorella di Leila arriva inaspettatamente, svelando un pesante segreto del loro passato, la tranquillità di questo microcosmo inizia a incrinarsi.
  • Il rumore delle cose nuove, di Paolo Genovese (Italia)
    Tre coppie diverse e sconosciute tra di loro hanno in comune la gabbia che si sono costruite nella vita – per paura di trovare chissà cosa là fuori – e un reticolato fitto che ha relegato i loro sentimenti in un perimetro tranquillo e rassicurante. Fino a quando un evento inatteso non le coinvolgerà tutte, costringendole a riordinare cuore e anima, a rivedere la loro esistenza e a gettare tutto ciò che forse è di troppo.
  • Se domani non torno, di Paola Randi (Italia)
    Una famiglia come tante nella provincia del Nord Est. Gino Cecchettin (Filippo Timi) e i suoi figli: il più piccolo, Davide (Tommaso Allione), va al liceo; la maggiore, Elena (Tecla Bossi), è all’estero per studiare; Giulia (Sabrina Martina) sta per laurearsi. Potrebbe essere la nostra. Ma l’11 novembre 2023 Giulia scompare e niente è più come prima. Inizia un incubo che non credevano potesse accadere a loro. Questa è la storia di un’assenza gigantesca e di come una famiglia come tante trova la forza di trasformare un inimmaginabile dolore privato in un grido collettivo d’impegno per il cambiamento. Perché storie come questa non debbano più essere raccontate.
  • La sera a Roma, di Enrico Vanzina (Italia)
    In una Roma elegante e decadente, Federico (Massimo Ghini) è un affermato giornalista e uno sceneggiatore “alternativo”, con un film di successo alle spalle. Si muove tra i salotti nobili della capitale, le redazioni dei giornali, le trattorie storiche del centro e l’entourage cinematografico. Un giorno, uno dei più noti broker della finanza romana gli chiede di incontrare Domenico Greco (Riccardo Terrana), giovane attore desideroso di entrare nel mondo del cinema. Per cortesia, Federico lo invita a casa. Poche ore dopo, però, il ragazzo viene ucciso e Federico viene subito coinvolto nelle indagini. La sua vita privata non gioca a suo favore: sposato con una intellettuale francese, ha una relazione con Claudia (Rocio Muñoz Morales), un’insegnante di pilates sudamericana legata alla vittima, e una complicata amicizia con Giulia (Martina Stella), una principessa romana. A districare la fitta trama di segreti, relazioni clandestine, innamoramenti taciuti, tradimenti e vendette, sono chiamati Margiotta (Carlo Buccirosso), commissario sagace, Maselli (Ricky Memphis), giornalista di cronaca nera assetato di scoop, e lo stesso Federico, che dovrà lottare per provare la propria innocenza.
  • A Talent for Murder (Un talento per il crimine), di Anton Corbijn con Helen Mirren, Alden Ehrenreich e Olivia Cooke (Regno Unito, Italia)
    Svizzera, 1995. Patricia Highsmith (una strepitosa Helen Mirren), celebre autrice del ciclo di romanzi dedicato all’antieroe criminale Tom Ripley, vive in isolamento tra le montagne. A raggiungerla da New York è Edward Ridgeway (Alden Ehrenreich), giovane emissario della casa editrice, che ha l’incarico di convincerla a scrivere il capitolo finale della serie. Come il suo predecessore, misteriosamente scomparso, Edward si trova ad affrontare una donna combattiva e imprevedibile, capace di comprendere i lati più oscuri della natura umana. Nel frattempo, Edward incontra Clementine, una giovane newyorkese che spera di convincere la ricca zia Peggy a sbloccarle il fondo fiduciario. Tra i due scatta subito l’attrazione. Quando finalmente Highsmith accetta di scrivere il nuovo romanzo a condizione che Edward la aiuti a ideare l’omicidio perfetto, il confine tra autore, personaggio e realtà si fa sempre più sottile.
  • Un tranquillo funerale di famiglia, di Massimiliano Bruno (Italia)
    Nel giorno del funerale del patriarca della famiglia Mancuso, i due figli Daria (Claudia Pandolfi) e Riccardo (Pietro Sermonti) si ritrovano a fare i conti con rancori mai sopiti e segreti inconfessati. Quella che dovrebbe essere una solenne cerimonia di commiato si trasforma presto in un imprevedibile susseguirsi di rivelazioni inattese ed equivoci grotteschi, destinati a far emergere tutte le fragilità e le contraddizioni di una famiglia tutt’altro che perfetta.
  • Whalefall – Nella balena, di Brian Duffield
    Dopo la morte di suo padre (Josh Brolin), Jay Gardiner (Austin Abrams) si immerge al largo della costa centrale della California alla ricerca dei suoi resti ma viene inghiottito da un’enorme balena. Mentre è intrappolato nel suo ventre con solo un’ora di ossigeno a disposizione, Jay si rende conto che le lezioni apprese a fatica dal padre potrebbero essere la chiave per la sua fuga.

Freestyle – Film

  • 7 anniversari, di Sabrina Iannucci (Italia, Portogallo)
    Buon anniversario: il settimo, il predestinato. Che ci rimbalza all’indietro nel tempo, quando comincia per caso, con la consegna di un hamburger, la storia d’amore tra Emma, che fa con buon successo la doppiatrice, e Teo, un creativo che per il momento fa il rider. Si piacciono, s’innamorano e, per superare le paure e le incertezze di lei, lui propone di firmare un patto: tra sette anni esatti si lasceranno. Ma la vita si complica e il tempo passa in fretta. Interpretata da Benedetta Porcaroli e Lorenzo Zurzolo e ambientata tra Cuneo e Lisbona, una romantic comedy dolceamara, buffa, lucida, che racconta bene, con spirito e affetto, la chimica dei sentimenti e la malinconia degli abbandoni.
  • Bloques erráticos (Erratics), di Thomas Woodroffe (Cile, Francia, Argentina)
    Thomas Woodroffe realizza il suo primo lungometraggio ispirandosi lontanamente a un evento storico: la spedizione compiuta negli anni Venti dal geografo Paul Castelnau e dall’operatore Lucien Le Saint in Patagonia e nella Terra del Fuoco, dove filmarono le popolazioni Kawésqar e Yagán. Liberato dopo cent’anni trascorsi all’interno di un ghiacciaio, il fantasma del cineasta Lucien Castelnau vaga in un’iper- tecnologica Patagonia del futuro. Incapace di trovare pace poiché un film da lui realizzato un secolo prima è rimasto senza pubblico, parte quindi alla ricerca di qualcuno che possa finalmente sottrarlo all’oblio. Magistralmente interpretato da Denis Lavant, il film riflette sul ruolo delle immagini e sulla loro capacità di rendere immortali le persone, i luoghi e le culture.
  • Cambogia, di Valerio Lundini (Italia)
    Sparatorie, esplosioni e faide criminali: siamo sul set di Cambogia, una famosa serie crime. Ma quando il regista dà lo stop, qualcosa va storto e l’attore Valerio De Nicolais (Valerio Lundini) si ritrova improvvisamente intrappolato dentro il mondo violento e pericolosissimo della serie, dove le pistole di scena sparano per davvero. Nel frattempo, nel mondo reale, a prendere il suo posto è Tramezzino, lo sgangherato scagnozzo che De Nicolais interpreta nella serie. Per ragioni incredibili, i due si ritrovano così a vivere la vita dell’altro, uno alle prese con feste, privilegi e i vantaggi della fama, l’altro costretto a sopravvivere in un universo criminale che sembra aver già deciso il suo destino. Ma se la storia è già scritta, forse c’è ancora un modo per cambiarla. E per restare vivi, bisognerà trovare il coraggio di farlo.
  • Caro mondo crudele, di Niccolò Falsetti (Italia)
    Albinia, 1999. Giovanna è una dodicenne un po’ sfigata. Vive con la madre Sabrina, mentre il suo babbo è morto anni fa, ma è a lui che si appoggia nei momenti difficili, e con la sua immaginazione lo disegna nella sua mente come se fosse l’eroe di un cartone giapponese. In quel microcosmo di provincia che si regge su regole solide e non scritte, Giovanna ha un unico alleato: Mirko, legato a lei per la vita da un patto di sangue. Ma quando Mirko scompare e le spiegazioni dei grandi si fanno sempre più vaghe, Giovanna decide: sarà lei a trovarlo, costi quel che costi. Al suo fianco si ritroveranno la pluribocciata Ludovica, detta il Maglio, e la sua banda di bulli: compagni inattesi con cui Giovanna stringerà un’improbabile amicizia e con cui si ritroverà a gestire una verità impossibile da immaginare. Opera seconda del regista di Margini, con Zerocalcare che anima l’immaginazione della giovane protagonista.
  • Clementine Orange, di Lisa Forslund
    Angelica ha un rapporto epistolare con John, un detenuto muscoloso e imponente con il quale si sono scambiati le foto e che la attrae molto. Si sono affezionati l’uno all’altra e, quando l’uomo ottiene un permesso di libera uscita di ventiquattro ore, decidono di incontrarsi e passare la giornata di libertà insieme. Ma John non è stato del tutto onesto con lei e qualcosa non corrisponde alle aspettative di Angelica. Piccola storia quasi d’amore dove Angelica e John finiscono per parlarsi, cominciare a conoscersi e capirsi nonostante gli equivoci iniziali, sospesi tra delusione e illusione, tra comicità e malinconia. Ambientato a Stoccolma, il primo lungometraggio di finzione dell’attrice e regista Lisa Forslund è giocato su una sceneggiatura esemplare, che mescola l’ansia, il nervosismo, la tenerezza e la grande emozione dei due giovani protagonisti.
  • Club Kid, di Jordan Firstman
    Per Peter Green (Jordan Firstman), promoter di travolgenti serate nella scena queer dei club newyorkesi, la festa non finisce mai. Ogni notte si confonde con la successiva, mentre le responsabilità sono sistematicamente scaricate sugli altri. Ma la sua vita viene messa in discussione quando scopre di avere un figlio di dieci anni di cui ignorava l’esistenza (Reggie Absolom), che viene improvvisamente affidato alle sue cure… Partendo dall’energia della nightlife newyorkese e da un umorismo contemporaneo e tagliente, Jordan Firstman – nel suo spettacolare debutto alla regia – costruisce un film smaccatamente pop, capace di unire ironia, dolcezza e spirito underground in un racconto sorprendentemente tenero sulla paternità, sull’amicizia e sulla possibilità di reinventarsi quando si pensa che sia già troppo tardi.
  • The Idiot(s), di Małgorzata Szumowska e Michał Englert
    Anna Dostoevskaija (Aimee Lou Wood) vive all’ombra del genio (John Flynn), ma non se ne lascia dominare; anzi, è lei che tiene a bada i debiti, cerca di risolvere i problemi di sopravvivenza quotidiana, sostiene, assiste (e stenografa) il lavoro del marito e, più tardi, nella Russia degli anni Settanta dell’Ottocento, diventa essa stessa editrice delle sue opere. Basato sul libro di Andrew D. Kaufman “La moglie del giocatore” , The Idiot(s) racconta la storia del periodo che Fëdor Dostoevskij e la sua seconda moglie Anna Snitkina trascorsero in Germania, a Baden Baden, dove lui tentava di scrivere “L’idiota” e sperperava i loro risparmi alla roulette. Intorno a loro, il rivale di sempre, lo scrittore di successo Ivan Turgenev (Christian Friedel), con la compagna (Vicky Krieps) e la società cosmopolita dell’epoca. Małgorzata Szumowska e Michał Englert firmano una bizzarra commedia di caratteri che talvolta vira in tragedia, un racconto grottesco e surreale che tuttavia restituisce l’umanità tormentata e profonda dei personaggi, più contemporanei (soprattutto nei dialoghi) di quanto il costume induca a pensare.
  • Interno familiare, di Paolo Coletta (Italia, Francia)
    Nella Napoli di un tempo sospeso, alla vigilia di Natale, Anastasia Finizio (Marianna Fontana) è una giovane donna indipendente, elegante, proprietaria di un negozio, ma legata a una famiglia che dipende interamente da lei. Madre, fratelli e una vecchia zia abitano il grande appartamento di Monte di Dio nel quale Anastasia ha sacrificato, quasi senza accorgersene, gran parte della propria libertà. Durante la messa di mezzanotte, Dora, la sua migliore amica, le annuncia il ritorno di Antonio Laurano, l’uomo che anni prima aveva acceso in lei la speranza di un’altra vita. Nel corso del pranzo di Natale, realtà, memoria, desiderio e sogno cominciano a confondersi. Antonio diventa insieme uomo amato e figura di una possibile trasformazione. Tratto dall’omonimo racconto di Anna Maria Ortese, un film musicale in cui parola e canto si inseguono senza soluzione di continuità e il quotidiano si apre continuamente all’immaginazione.
  • Lady, di Olive Nwosu
    Due ragazzine guardano il mondo, a testa in giù. Comincia con questa immagine la storia di Lady, una giovane donna che fa un mestiere da uomo: la tassista, a Lagos, metropoli nigeriana di oltre venti milioni di abitanti, caotica, pullulante di un’umanità sconvolta dalle tensioni politiche e dall’aumento dei prezzi. Lady vuole risparmiare abbastanza per tornare nella città dei suoi sogni: Freetown, la città nella Sierra Leone dov’è nata sua madre. Un giorno torna Pinky, la sua grande amica d’infanzia, che fa la prostituta e le fa una proposta di lavoro: diventare l’autista del suo capo e portare in giro la notte le ragazze che lavorano per lui. Pinky accetta. L’esordio vitale, colorato, sospeso tra duro realismo e volontà di fuga, di Olive Nwosu, che vive a Londra ma è tornata a Lagos, dov’è nata, per raccontare una storia che è un inno alla libertà, non solo femminile.
  • Mecenaten (The Patron), di Julia Thelin
    Una ragazza addetta alle pulizie conduce due studenti dell’Accademia di belle arti nella villa momentaneamente vuota della sua datrice di lavoro, una nota mecenate; spacciandosi per lei, fa ai due giovani aspiranti artisti delle promesse che ovviamente non può mantenere. Nel corso di una lunga notte, il gioco diventa sempre più rischioso, assumendo anche una dimensione sessuale: e senza che lo spettatore possa mai indovinare quale sarà la conclusione. Tra Polanski, Haneke e Ruben Östlund, l’esordiente regista svedese firma un Kammerspiel sui generis, dimostrando come l’arte giochi un ruolo centrale nell’immaginario di classe e come sia uno strumento di potere e manipolazione.
  • Mission, di Paul Wright
    “Non riesco a entrare in contatto: con nessuno e con niente”. Sono le parole di Dylan, un trentenne che lavora in un ristorante di Glasgow e che non riesce a dare un significato alla sua vita. Girovaga, tra la città, lo zoo, i boschi, e quando viene licenziato decide di vivere una settimana come se fosse l’ultima, per capire cosa si prova a sentirsi vivi. Dopo più di dieci anni dal primo lungometraggio (Il superstite), il produttore Paul Wright torna alla regia con un’altra storia di solitudine e nevrosi interpretata da George MacKay (& Sons di Pablo Trapero, The Beast di Bertrand Bonello, 1917 di Sam Mendes). Una storia che sta dentro e fuori dalla testa di Dylan, nel suo passato che trapela a rapidi sprazzi, nel presente che non riesce a padroneggiare. Fa qualsiasi cosa: litigi, casini, scazzottate, pub, locali, sbronze, piccole orge, un coltello, una pistola, una roulette russa. Un film che è un ottovolante, come la mente di Dylan.
  • Riverrun, di Philippe Parreno
    Lucy (Charlotte Gainsbourg), una musicista, sta lentamente perdendo il controllo del proprio corpo e della propria voce; la sua psichiatra, la dottoressa Cruz (Zoe Saldaña), la manda in una clinica specializzata in Spagna, dove Lucy incontra la misteriosa Tony (Vicky Krieps). Quello che inizia come un trattamento terapeutico sperimentale, per Lucy pian piano diventa un intenso viaggio di scoperta e trasformazione personale, che porterà al risveglio di potenti forze invisibili. Primo lungometraggio di finzione del celebre artista visivo e documentarista francese Philippe Parreno, che firma anche la sceneggiatura. Ángela Molina è un’infermiera della clinica.
  • The State of Us, di Jake Harvey e Ollie Gardner
    Un ventenne irrequieto, Frankie, si aggira di notte intorno a un edificio. Riesce a entrare: è un hospice nel quale trascorrono l’ultimo periodo della loro vita i malati terminali. Uno di loro è Taylor, il migliore amico di sempre che Frankie trascina fuori per regalargli un’ultima notte indimenticabile di bagordi. Una bottiglia di whisky, un party, una ragazza carina, una corsa in auto in cima alla collina, a salutare la vita e la morte mentre esplodono i fuochi d’artificio. Scritto con arguzia e sentimento e interpretato con passione da Samuel Bottomley (alla Festa di Roma 2025 menzione come Miglior attore insieme al coprotagonista Séamus McLean Ross per il film California Schemin’ di James McAvoy) e Callum Scott Howells, un film agrodolce sull’amicizia, capace di far ridere sulla malattia e sulla morte, dove il realismo ironico di Alan Clarke incontra la follia di Trainspotting. Esordio nella regia di Ollie Gardner e Jake Harvey, non ancora trentenni.
  • Tangles, di Leah Nelson
    Sarah abbandona la sua vita frenetica da attivista e artista nella San Francisco degli anni Novanta per tornare nella piccola e conservatrice città natale da cui era fuggita, quando l’Alzheimer inizia a intaccare la vivace personalità di sua madre. Costretta a crescere in fretta, si destreggia tra una nuova relazione, ambizioni professionali di lunga data e una famiglia eccentrica che segue letteralmente fino in Messico e ritorno, in un ultimo disperato tentativo di convincerli a prendere sul serio la situazione. Di fronte a una realtà disorientante che non può controllare, Sarah deve ritrovare il proprio equilibrio – imparando ad accettare il declino di sua madre e la bellezza imperfetta della sua famiglia – per diventare la figlia di cui c’è bisogno. Opera d’animazione in bianco e nero basata sulla graphic novel autobiografica “Tangles: A Story About Alzheimer’s, My Mother, and Me” , firmata dall’autrice canadese Sarah Leavitt, che ha anche scritto il film assieme allo sceneggiatore Trev Renney e alla regista Leah Nelson.
  • El tren fluvial (The River Train), di Lorenzo Ferro e Lucas A. Vignale
    Un bambino di nove anni e suo padre: l’uomo ordina, il figlio risponde e obbedisce. E poi il figlio, Milo, va in scena e balla, insieme agli altri bambini che ballano al suo fianco con energia. Si chiama malambo la danza popolare argentina nella quale i gauchos, in nero, con il frustino alla cintura e gli stivaloni, si sfidano, e per la quale si allena costantemente Milo, oltre a tenere in ordine la casa. Ma Milo sogna anche, desidera fuggire e prende un treno per Buenos Aires, un treno fantastico che lo porta come un fiume verso nuovi incontri, immagini, luoghi. Le dimensioni sterminate della pampa e della città invece del mare de I quattrocento colpi: la storia di un desiderio di libertà e di crescita, sospesa tra realismo e immaginazione scritta e diretta da due registi argentini esordienti non ancora trentenni, Lorenzo Ferro e Lucas A. Vignale. Lo scorso giugno, Lucas A. Vignale è rimasto vittima di un incidente in elicottero nei cieli di Rio de Janeiro.

Freestyle – Serie

  • 177 giorni. Il rapimento di Farouk, di Carlo Carlei (Italia)
  • All’s Fair
  • Cagnàz, di Alessandro Roia (Italia)
  • Chiaroscuro, di Jan Maria Michelini (Italia)
  • La famiglia Panini – L’avventura delle figurine, di Letizia Lamartire
    I Panini – madre, padre e otto figli – lasciano la campagna per la città con pochi soldi in tasca e tante speranze nel cuore. Al centro della famiglia c’è Olga (Serena Rossi), la madre: una donna visionaria, capace di sognare senza mai perdere di vista ciò che conta davvero. “Andiamo a vedere!” è il suo motto, un invito a guardare avanti anche quando il futuro è incerto. In una Modena che si rialza dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, è Olga a spingere la famiglia verso una scommessa: comprare un’edicola, destinata a diventare una finestra sul mondo e sui desideri degli italiani. Lì, i Panini capiscono che i sogni diventano grandi quando sono alla portata di tutti e decidono di investire in qualcosa di umile ma democratico come le figurine. Dopo fallimenti e sacrifici, ma restando sempre uniti, trasformano un’idea semplice in un miracolo che varca i confini nazionali: il 1970 e i Mondiali di calcio in Messico segnano la consacrazione in tutto il mondo del mito delle figurine, dell’impresa straordinaria, costruita con coraggio, di una famiglia apparentemente ordinaria.
  • Livatino – Il giudice e i suoi assassini, di Michele Placido
    Negli anni Ottanta, nell’agrigentino, si incrociano i destini del magistrato Rosario Livatino (Giuseppe De Domenico) e di un gruppo di giovani stiddari, cresciuti nella povertà e attratti dalla criminalità come via di riscatto. Livatino combatte il potere mafioso colpendone patrimoni, interessi economici e radicamento nel territorio, mentre gli stiddari avanzano nella provincia conquistando spazio e consenso. In un chiasmo narrativo che oppone legge e violenza, giustizia e sopraffazione, i due percorsi si avvicinano fino al 21 settembre 1990, quando un commando della Stidda uccide il magistrato. La sua testimonianza di giustizia e fede lo renderà un simbolo della lotta alla mafia e il primo magistrato della storia a essere proclamato beato dalla Chiesa cattolica.
  • Vision Quest (Marvel)
    Visione (Paul Bettany), riavviato e sfuggito a coloro che volevano trasformarlo in un’arma, vive ormai nascosto. Alla ricerca di un nuovo significato per la propria esistenza, si rivolge alle personalità di intelligenza artificiale integrate nella sua programmazione, tra cui F.R.I.D.A.Y., E.D.I.T.H., J.A.R.V.I.S. e il famigerato Ultron (James Spader). La sua vita nell’ombra viene sconvolta quando una taglia sulla sua testa lo costringe alla fuga insieme a Thomas Shepard (Ruaridh Mollica), un misterioso ragazzo che potrebbe essere suo figlio reincarnato. Mentre cerca di sfuggire alla cattura, Visione dovrà confrontarsi con la propria natura, resistere all’influenza di Ultron e fare luce sull’enigma che avvolge il suo giovane compagno, se vuole riuscire a sopravvivere.
  • Melania Rea, di Stefano Mordini (Italia)
  • Memoriae, di Cosimo Alemà e Isabella Aguilar (Italia)
  • Il Milanese, di Simone Spada (Italia)
  • Radici, di Nicola Ravera Rafele (Italia)

Special Screenings

  • Alea Jacarandas, di Hassen Ferhani
  • Alla tua partenza sarà notte, di Nicolò Ribolla (Italia)
  • A mare, di Alessandra Cutolo (Italia)
  • Artefici di meraviglia. Viaggio nell’illusionismo, di Francesca Bellucci (Italia)
  • L’assurda storia della Gialappa’s Band, di Walter Veltroni (Italia)
  • Un atto d’amore, di Stefano Ribaldi (Italia)
  • Birds of War, di Janay Boulos e Abd Alkader Habak
  • Blu, di Denis Brotto (Italia)
  • Cantona, di David Tryhorn e Ben Nicholas
  • Custodi della memoria. La natura al tempo del fuoco, di Francesco Conversano e Nene Grignaffini (Italia)
  • Dans la gueule de l’ogre (Into the Jaws of the Ogre), di Mahsa Karampour
  • Elza, di Eryk Rocha
  • Eva Mameli Calvino. La signora dei fiori, di Alessandra Usai (Italia)
  • Federica – L’ultima Olimpiade, di Federico Gariboldi e Paolo Novelli (Italia)
  • I fili dell’anima, di Francesco Fei (Italia)
  • Five Living Buildings (by Renzo Piano), di Jonathan Goodman Levitt (Cina, Italia, Stati Uniti)
  • Fuksas – Da tutta la vita, di Elisa Fuksas (Italia)
  • Il ghiaccio in tasca. Mio padre Giuseppe Sinopoli, di Giovanni Sinopoli (Italia)
  • Il gioco del silenzio, di Vincenzo De Caro (Italia, Svizzera)
  • Giudecca, di Maria Tilli (Italia)
  • Give Me the Ball!, di Liz Garbus e Elizabeth Wolff
  • Un hiver russe (A Russian Winter), di Patric Chiha
  • In a Time Lapse – A Journey Inside the Album, di Ana Shametaj (Italia)
  • L’incontro, di Fabrizio Galatea (Italia)
  • In un battito (In a Heartbeat), di Giovanni Troilo
    Il 1° dicembre 2024, durante Fiorentina-Inter, Edoardo Bove, una delle promesse più brillanti del calcio italiano, si accascia improvvisamente sul terreno di gioco. In pochi istanti il tempo si sospende: per lui, per chi gli sta accanto, per milioni di persone che assistono sgomente a quella scena. È l’inizio di una frattura profonda, non solo fisica ma esistenziale. Questo documentario segue Edoardo nei mesi successivi a quell’evento, accompagnandolo in un viaggio intimo e imprevedibile. Per la prima volta nella sua vita, il percorso che sembrava già scritto si interrompe. Il futuro è un territorio sconosciuto: tornerà a giocare? Potrà ancora farlo in Italia? E soprattutto, chi è Edoardo al di fuori del calcio?
  • Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, di Dario Zonta e Carlo Zoratti
    Il racconto di una vita straordinaria: le canzoni, il successo, i viaggi, la bici, dalla piccola radio locale alle folle oceaniche di pubblico. Ma Lorenzo non si ferma lì, non è solo quello. Attraversa ciò che conosciamo e arriva in un luogo più intimo, segreto, sorprendente. Un racconto autentico e personale, che diventa una riflessione universale sulla capacità di continuare a sognare, amare e crescere, a qualsiasi età. È così che l’artista che tutti conosciamo diventa la persona che pochissimi hanno davvero incontrato.
  • Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie, di Alex Gibney
  • Mace – An Out of Body Experience, di Giorgio Testi (Italia)
  • The Match, di Juan Cabral e Santiago Franco
  • Nedo, un italiano, di Ruggero Gabbai (Italia)
  • Non importa dove, di Francesco Fei e Consuelo Moschella (Italia)
  • Nowruz – Nuovo giorno, di Francesco Cannavà (Italia)
  • Once Upon a Time in Harlem, di David Greaves
  • Pétros Ení, di Paula Ortiz (Italia, Spagna, Città del Vaticano)
  • Plus de bruit: Mano Negra! (Make Some Noise: Mano Negra!), di David Dufresne
  • Rehearsals for a Revolution, di Pegah Ahangarani
  • The Secret Reading Club of Kabul, di Shakiba Adil e Elina Hirvonen
  • Sense of Water, di Mohammad Rasoulof
  • La stanza degli altri, di Enrico Maisto (Italia, Svizzera)
  • Tin Castle, di Alexander Murphy
  • To Hold a Mountain, di Biljana Tutorov e Petar Glomazić
  • Tutte le stanze che servono, di Francesca Sironi e Alberto Gottardo (Italia)
  • Ultimo Fellini, di Gianluigi Attorre (Italia)
  • Wax & Gold, di Ruth Beckermann (Austria, Italia, Etiopia)

Best of 2026

  • Ben’imana, di Marie-Clémentine Dusabejambo
    Ruanda, 2012. Diciotto anni dopo il genocidio dei Tutsi, una donna sopravvissuta ai massacri, Vénéranda, organizza incontri fra le vittime e le famiglie dei carnefici. Crede infatti nella possibilità di una riconciliazione, finché la gravidanza inattesa della figlia Tina la obbliga a sottoporre le sue convinzioni a un’ulteriore prova. Al primo lungometraggio, Marie-Clémentine Dusabejambo concentra il racconto sulle donne che, quasi vent’anni dopo il genocidio, continuano a vivere accanto a chi prese parte ai massacri: c’è chi pretende giustizia, chi custodisce dei segreti e chi non vuole più sentirsi chiedere di perdonare. Caméra d’or (premio alla Miglior opera prima) al Festival di Cannes 2026.
  • La bola negra, di Javier Calvo e Javier Ambrossi
    1932: Carlos, rampollo di una famiglia di Granada, riceve una palla da biliardo nera. È il categorico rifiuto del prestigioso casinò cittadino, in quanto omosessuale. 1937: Sebastián è trombettiere tra le fila dei nazionalisti durante la Guerra Civile. Il suo compito è sorvegliare un prigioniero di guerra: Rafael Rodríguez Rapún, ultimo compagno di Federico García Lorca. 2017: Alberto, allontanatosi dalla madre Teresa poiché apertamente omosessuale, riceve il testamento del nonno e un documento che riporta alla sua memoria pensieri a lungo messi a tacere. Collegate dall’opera teatrale incompiuta di Federico Garcia Lorca, intitolata appunto La bola negra, e dal dramma La piedra oscura di Alberto Conejero (dove si immagina di terminare il lavoro di Garcia Lorca), le tre storie si rincorrono e s’intrecciano con ritmo incalzante ed esuberanza visiva, portando “Los Javis” (Javier Ambrossi e Javier Calvo, attori, registi, produttori celebri per le loro serie televisive) a vincere il premio per la Miglior regia a Cannes e a rappresentare la Spagna agli Oscar® 2027.
  • Fatherland, di Paweł Pawlikowski (Polonia, Germania, Italia, Francia)
    Fatherland si concentra sul rapporto tra lo scrittore premio Nobel Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia Erika (Sandra Hüller), attrice, scrittrice e pilota di rally. Nell’estate del 1949, al culmine della Guerra Fredda, padre e figlia partono per un viaggio in auto impegnativo ed emozionante a bordo di una Buick nera attraverso una Germania in macerie: da Francoforte, sotto l’influenza statunitense, fino a Weimar, controllata dai sovietici. Tornato in patria dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti, Thomas Mann deve fare i conti non solo con una nazione divisa, ma anche con una profonda frattura all’interno della sua stessa famiglia. Con Fatherland, Pawlikowski riprende da dove aveva lasciato con i suoi pluripremiati Ida e Cold War, esplorando, con il suo stile ellittico e sintetico, temi quali l’identità, la famiglia, l’amore e il senso di colpa sullo sfondo del tumulto e della confusione morale dell’Europa del dopoguerra. In concorso a Cannes 2026 e candidato all’Oscar® 2027 dalla Polonia.
  • Fjord, di Cristian Mungiu
    I Gheorghiu, una devota coppia rumeno-norvegese, si trasferiscono in un villaggio situato in un fiordo remoto, dove stringono amicizia con i vicini, gli Halberg. I loro figli si avvicinano nonostante le diverse educazioni ricevute. Quando l’adolescente Elia Gheorghiu si presenta a scuola con alcuni lividi sul corpo, la comunità si chiede se l’educazione tradizionale che i figli Gheorghiu ricevono dai genitori possa avere a che fare con la cosa. Palma d’oro al Festival di Cannes 2026 e candidato all’Oscar® 2027 dalla Romania.
  • Hope, di Na Hong-jin
    A Hope Harbor, un isolato villaggio di pescatori tra i boschi e le montagne nella zona demilitarizzata, la striscia di terra che fa da cuscinetto tra le due Coree, dei cacciatori segnalano al commissario Bum-seok un bue morto in mezzo a una strada di campagna, con ferite profonde e misteriose. A caccia di un animale feroce, forse una tigre, il commissario scopre invece una creatura mostruosa che sparge distruzione e morte: vagamente antropomorfa, alta più di tre metri, con una forza enorme. Bum-seok si butta all’inseguimento. Monster movie mozzafiato, per la prima ora Hope non lascia tregua allo spettatore, poi si trasforma momentaneamente in commedia, per ritornare alla fantascienza di invasione nell’ultima parte. Esemplare eccellente e trascinante del cinema coreano fanta-orrifico (sulla scia del celebre The Host di Bong Joon Ho), scritto e diretto da Na Hong-jin, autore di The Chaser e di Goksung – La presenza del diavolo, è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2026. Partecipazioni molto speciali di Michael Fassbender e Alicia Vikander.
  • Mariage au goût d’orange, di Christophe Honoré
    Marzo 1978, periferia di Nantes. Jacques Puig (Paul Kircher), il più giovane di sette fratelli, sta per sposare Martine (Malou Khebizi), una ragazza del quartiere. Tutti i parenti sono presenti alle nozze, tranne il padre di Jacques, che è stato bandito dalla famiglia. Per gli sposi, è un matrimonio d’amore. Ma l’amore potrà curare le ferite dell’infanzia? Dall’opera teatrale autobiografica Le Ciel de Nantes (2021), Honoré compone un affresco corale di rara potenza e bellezza, dirigendo un cast straordinario in un flusso ininterrotto di vite che danzano tra gioia e dolore. Una “commedia umana” familiare capace di evocare la sinfonia di sentimenti di Claude Sautet e le architetture cinematografiche di Robert Altman. Da Cannes 2026, fuori concorso, un’esperienza “immersiva” e magnetica per gli spettatori.
  • Minotaur, di Andrey Zvyagintsev
    Gleb è un uomo d’affari di successo, direttore di una ditta di spedizioni, con una moglie affascinante e un figlio adolescente, Siamo nella cittadina russa di Krasnoborsk, nel 2022, quando la guerra tra Russia e Ucraina è appena iniziata. Una guerra invisibile, ma i cui effetti si ripercuotono sulla vita di tutti. Il governo chiede uomini da mandare al fronte; alcuni amici e collaboratori di Gleb emigrano; tensione e incertezza s’insinuano sottotraccia nel paese; e poi Gleb scopre che la moglie lo tradisce con un giovane fotografo. Ispirandosi a Stéphane, una moglie infedele di Chabrol, Andrej Zvyagintsev (l’autore vincitore di numerosi premi internazionali con Elena, Leviathan e Loveless) traccia un ritratto duro e tesissimo della Russia borghese, dei suoi riti fasulli, delle dinamiche del potere che intorbidano ogni rapporto, della violenza che inducono. Tra thriller e affresco sociale, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2026 e rappresentante della Francia agli Oscar® 2027.
  • Nina Roza, di Geneviève Dulude-De Celles (Canada, Italia, Bulgaria, Belgio)
    Il video virale di un’artista bulgara di otto anni, Nina, considerata un prodigio della pittura, circola su Internet. Il fenomeno attira l’attenzione di un esperto d’arte bulgaro emigrato a Montreal, Mihail (Galin Stoev), che viene incaricato di tornare in Bulgaria per valutare il valore della produzione della bambina. Per la prima volta nel suo Paese d’origine quasi trent’anni dopo averlo lasciato, Mihail si troverà ad affrontare i fantasmi del suo passato, tra cui il senso di colpa per l’emigrazione e il conflitto irrisolto con la sorella, mentre il rapporto diretto con la piccola Nina lo riporterà a quel “prima” che pareva sepolto nella memoria per sempre. Scritto e diretto da Geneviève Dulude-de Celles alla sua opera seconda, il film si è aggiudicato l’Orso d’argento per la sceneggiatura allo scorso Festival di Berlino ed è stato candidato agli Oscar® 2027 dal Canada.
  • Notre salut, di Emmanuel Marre
    Settembre 1940. Henri Marre, ingegnere cinquantenne senza più denaro né prospettive, arriva a Vichy mentre il regime autoritario si sta consolidando. Con in mano alcune copie del suo manifesto autopubblicato “Notre Salut” (“La nostra salvezza”), è determinato a conquistarsi nella nuova amministrazione il posto che ritiene di meritare. Ma il suo desiderio di efficienza e ordine finirà per trascinarlo sempre più a fondo dentro gli ingranaggi della macchina collaborazionista. Emmanuel Marre dirige un’opera di straordinaria lucidità e rigore, che riflette sulla complicità col male e su quel lento processo attraverso cui il compromesso quotidiano può erodere il senso di ciò che è giusto. Premio per la Miglior sceneggiatura a Cannes 2026.
  • The Only Living Pickpocket in New York, di Noah Segan
    In passato è stato un maestro nella sua arte: Harry Lehman, mano leggerissima, occhio acuto e mille trucchi, un grande pickpocket, un borsaiolo, newyorkese. Ma la città è cambiata, come la gente, che non porta più in tasca contante e non indossa oggetti preziosi; le carte di credito vengono subito bloccate, i cellulari rintracciati e Harry stesso è invecchiato, “analogico”. E quello che sembra finalmente il colpo giusto si rivela un pericoloso passo falso. Avvolto nel suo cappottone di tweed, John Turturro attraversa tutta New York, su e giù per i cinque distretti, immerso nella musica jazz, un po’ buffo, malinconico, anacronistico, in un crime sui generis che ha il ritmo, l’acume e la bellezza del cinema USA anni Settanta. Secondo film scritto e diretto dall’attore Noah Segan (il primo era la commedia horror Blood Relatives), con partecipazioni di Steve Buscemi e Jamie Lee Curtis. Il film più selezionato dai festival 2026: Sundance, Berlino, Karlovy Vary, Telluride, Toronto, New York.
  • El ser querido, di Rodrigo Sorogoyen
    Un uomo e una donna più giovane parlano, seduti a un tavolo; si confrontano mentre la macchina da presa non abbandona un attimo i loro primi piani alternati. Parlano di un film da fare insieme e accennano a una lunga separazione. Sono Esteban Martinez (Javier Bardem) e sua figlia Emilia (Victoria Luengo): un regista affermato che, dopo molti anni di vita e lavoro negli States, due premi Oscar® e una nuova famiglia, torna a lavorare in Spagna con un film sulla colonizzazione spagnola del Sahara negli anni Trenta; mentre Emilia, che non vede il padre da vent’anni, da quando lui lasciò la madre, ha interpretato soprattutto serie televisive e arrotonda facendo la cameriera. Comincia così la storia della lavorazione di un film, resa imprevedibile dal rapporto intessuto di sensi di rivalsa e di colpa, dall’amore e dalla rabbia che legano regista e protagonista; la storia di un film, e di tutti coloro che vi lavorano, dominati da un “padrone” irascibile e perfezionista. Il talentuoso Rodrigo Sorogoyen costruisce il suo film intorno ad alcuni pezzi di bravura efficacissimi (dai venti minuti stringenti del dialogo iniziale alla ripetizione dei ciak del pranzo nel deserto), senza tuttavia mai abbandonare l’attenzione sottile a tutti i personaggi, dai due protagonisti (Javier Bardem e Victoria Luengo) a tutte le figure che animano il set.