Su Disney+ è uscito un nuovo mediometraggio dei Marvel Studios — quelli che ufficialmente chiamano “Special Presentations” — dedicato a uno dei personaggi più discussi e violenti del suo universo: Frank Castle, meglio conosciuto come il Punitore. Lo special si intitola The Punisher: One Last Kill e arriva in un momento particolare per il Marvel Cinematic Universe (MCU), che sta cercando di capire come sfruttare personaggi nati su altre piattaforme (Netflix) e con toni decisamente meno “per famiglie”.
Il film dura circa 50 minuti ed è diretto da Reinaldo Marcus Green, il regista di King Richard e Bob Marley: One Love (non proprio l’ultimo arrivato), che ha scritto la sceneggiatura insieme al protagonista Jon Bernthal. È un dettaglio non trascurabile: Bernthal è molto legato al personaggio che interpreta dal 2016 e la sua impronta si sente, specialmente nel tentativo di dare una profondità psicologica a un antieroe che spesso viene ridotto a una macchina per uccidere.
La storia riprende da dove avevamo lasciato Castle alla fine della prima stagione di Daredevil – Rinascita (purtroppo non appare nella seconda stagione): in fuga, dopo l’evasione dalla prigione segreta di Wilson Fisk. Il punto di partenza di One Last Kill, però, non è l’azione pura, ma il logoramento mentale. Frank Castle è tormentato dai suoi commilitoni e dai ricordi della sua famiglia e, ora che ha eliminato chiunque fosse coinvolto nella loro morte (tutti i membri della famiglia mafiosa Gnucci), sembra aver perso la sua ragione di vivere ed è (quasi) pronto a ricongiungersi con la sua amata famiglia. Il conflitto centrale del film, insomma, è più interno che esterno, almeno nella prima parte.
Le cose cambiano quando si scopre che sulla testa di Castle è stata messa una taglia da Ma Gnucci (Judith Light), unica sopravvissuta della famiglia mafiosa, e il suo quartiere — una zona periferica di New York piena di pazzi e criminali — si mobilita per incassarla. Da qui in poi lo special diventa quello che molti fan si aspettavano: una sequenza di scene d’azione estremamente violente, coreografate con una cura che ricorda molto la saga di John Wick. C’è una scena in particolare, un lungo scontro in cui Frank esaurisce continuamente le munizioni e deve improvvisare con quello che trova, che è probabilmente una delle cose migliori girate dalla Marvel negli ultimi anni.
Ci sono però un paio di questioni che rendono la valutazione di The Punisher: One Last Kill un po’ più sfumata: lo special si apre con un avviso sui contenuti espliciti. È una scelta precisa, che serve a rassicurare chi temeva che il passaggio a Disney potesse “ripulire” troppo il personaggio. Questo Frank Castle è instabile, pericoloso per se stesso e per gli altri, beve, vuole suicidarsi, è sempre sporco di sangue, ha la barba incolta e non fa battute (a differenza della versione più “leggera” che è stata anticipata per il prossimo film di Spider-Man). Per chi ha seguito la vecchia serie prodotta da Netflix, i temi trattati — il trauma, il lutto, il senso di colpa — non sono esattamente una novità. Il film non aggiunge moltissimo al racconto del personaggio, ma preferisce scavare in quello che già conosciamo, e va benissimo così.
The Punisher: One Last Kill funziona così bene perché non cerca di essere qualcosa che non è mai stato, ma si concentra su un singolo giorno e su un singolo stato d’animo. Jon Bernthal conferma di essere perfetto per il ruolo, soprattutto nelle scene più silenziose e drammatiche, come i dialoghi immaginari con la sua famiglia, con la sua amata figliola. Ma è bellissimo vederlo esplodere di rabbia mentre sfoga sui cattivi tutto il suo dolore. È un prodotto solido che fa sperare in una gestione meno edulcorata dei personaggi “adulti” della Marvel, anche se per ora sembra più un ritorno al passato che un vero passo in avanti.

