Wildwood: I segreti del bosco proibito

WILDWOOD – I SEGRETI DEL BOSCO PROIBITO, la recensione del nuovo film in stop-motion di Laika

LAIKA firma il suo fantasy più ambizioso e maturo escludendo però i più piccoli

Classificazione: 4 su 5.

Dai creatori di Coraline e ParaNorman, lo studio d’animazione Laika torna sul grande schermo con una nuova ed epica avventura che sposta più in là i confini della tecnica in stop-motion sotto la guida del regista Travis Knight. Tratto dal primo romanzo della saga letteraria firmata da Colin Meloy e Carson Ellis, Wildwood – I segreti del bosco proibito si presenta al grande pubblico come una vera e propria opera monumentale (per produzione e durata), una sorta di blockbuster della stop-motion che sfida ogni precedente limite tecnico per regalare un’esperienza cinematografica di altissimo livello.

La storia è ambientata a Portland (la città dello studio completamente ricostruita a mano in ogni minimo dettaglio), dove vive Prue McKeel, una ragazzina vivace di tredici anni, insieme ai suoi genitori super protettivi e al fratellino Mac. La quotidianità di Prue viene sconvolta quando uno stormo di corvi rapisce Mac, trascinandolo oltre i confini della città, nel cuore della foresta, un luogo sinistro, denso di mistero e avvolto da leggende inquietanti secondo cui chiunque vi abbia mai messo piede non è più tornato indietro.

Mossa da un incrollabile senso di responsabilità (i genitori le avevano affidato il fratellino raccomandandosi di non uscire di casa) e da un profondo coraggio, Prue decide di addentrarsi nella foresta per ritrovare suo fratello e riportarlo a casa sano e salvo. Al suo fianco (non per scelta) c’è Curtis, un logorroico compagno di classe appassionato di giochi di ruolo e apparentemente inutile per una missione così pericolosa. Attraversata la fitta edera che segna il confine del bosco, i due ragazzi si ritrovano immersi in un mondo magico pervaso da una natura rigogliosa, popolato da animali parlanti, banditi fuorilegge, soldati coyote in uniforme e tante altre bizzarre creature. Quella che era cominciata come una semplice missione di salvataggio si trasforma così in un’avventura che farà crescere in fretta i due protagonisti. Entrambi si troveranno coinvolti in una disputa tra popoli che porterà morte e distruzione in quel mondo fantastico, non così diverso dal nostro.

Nel valutare un’opera di questa portata, è impossibile non rimanere sbalorditi di fronte all’imponente sforzo produttivo messo in campo da Laika. Annunciata l’intenzione di trasporre il romanzo nel 2011, lo studio con a capo Travis Knight ha avviato la lavorazione dieci anni più tardi coinvolgendo il direttore della fotografia Caleb Deschanel, la produttrice Arianne Sutner e lo sceneggiatore Chris Butler. Con ben 136 set costruiti e 231 pupazzi realizzati a mano, Wildwood è l’opera più ambiziosa mai concepita dallo studio. L’integrazione di tecnologie avanzate — come la stampa 3d di ultima generazione per le componenti facciali, le armature e la muscolatura dei personaggi —, unita a effetti visivi digitali sapientemente dosati per la simulazione dei fluidi e degli ambienti, restituisce un risultato tecnico che lascia a bocca aperta.

Il livello di fluidità e naturalezza raggiunto nelle scene di movimento è tale che, in più occasioni, lo spettatore si dimenticherà di trovarsi di fronte a un film realizzato fotogramma per fotogramma, scambiandolo per una complessa produzione in computer grafica. Le sequenze d’azione sono calibrate con una maestria registica impressionante: l’inseguimento aereo tra i corvi e l’aquila gigante mostra virtuosismi di macchina dinamici e spettacolari, sostenuti dalla vivace e potente colonna sonora firmata da Dario Marianelli, capace di spaziare tra sonorità folk tradizionali e graffianti assoli di chitarra elettrica. Dal realismo con cui viene tratteggiata la città di Portland fino alle rovine sommerse dall’edera del bosco magico, l’attenzione al dettaglio è semplicemente sorprendente.

Ma Wildwood non è solo tecnica. Dal punto di vista narrativo, la pellicola trae forza dai grandi classici della letteratura e del cinema fantasy, richiamando il capolavoro dello Studio Ghibli La città incantata e omaggiando Il Signore degli Anelli fino a scomodare Le cronache di Narnia di Lewis. Tuttavia, Wildwood non è affatto un film pensato per i più piccoli. Gli autori hanno scelto di spingersi con decisione verso territori più maturi e cupi. A sottolineare questa natura non fiabesca non è solo la presenza di una bellissima e brutale battaglia campale, che non lesina in morti e combattimenti corpo a corpo carichi di tensione, ma soprattutto il dramma intimo di Prue e della “Governatrice Vedova” Alexandra.

La storia affronta infatti con grande delicatezza e sensibilità temi complessi e rari per un film di questo tipo: l’elaborazione del lutto, il dolore di una coppia che non può avere figli, il peso della responsabilità nelle nuove generazioni, le difficoltà delle relazioni familiari e la tragedia della guerra con le sue inevitabili conseguenze. Il personaggio dell’antagonista Alexandra, governatrice del Bosco del Sud, incarna l’anima più gotica e tragica dell’opera: la sua dolorosa convivenza con il lutto genera scelte oscure che regalano alcune delle immagini visivamente più suggestive ed evocative dell’intero film, ponendo un forte contrasto con la vitalità della natura circostante.

Se c’è un elemento di Wildwood che rischia di non fare del tutto breccia nel cuore dello spettatore, è proprio il rovescio della medaglia della sua perfezione stilistica. Con una durata record di circa 131 minuti, la narrazione tende talvolta a perdersi in digressioni secondarie — come alcune deviazioni sulla sottotrama di Curtis e i banditi — che finiscono per appesantire la traccia principale. Ma l’aspetto a nostro avviso più critico risiede nell’impatto emotivo con i protagonisti: la straordinaria forza visiva, la cura maniacale per l’ambientazione e l’imponenza scenica finiscono in parte per anestetizzare il coinvolgimento per le sorti dei personaggi. Prue appare talvolta schiacciata dal ruolo funzionale di “eroina”, risultando meno tridimensionale e memorabile rispetto al meraviglioso mondo che attraversa. Lo stesso arco di crescita di Curtis segue binari piuttosto prevedibili, lasciando una sensazione di parziale distacco proprio nei momenti più drammatici.

Ciò non toglie che Wildwood – I segreti del bosco proibito rimanga un’opera d’arte cinematografica di valore inestimabile, destinata a rimanere nel tempo come una pietra miliare del cinema d’animazione. Laika conferma ancora una volta la propria leadership nel settore e la capacità unica di stupire il pubblico unendo alla perfezione due mondi artistici così diversi ma complementari: il lavoro manuale e gli effetti digitali. Il risultato è un’avventura visivamente maestosa e affascinante che regala allo spettatore un viaggio indimenticabile al di là del mondo conosciuto. La vera sfida arriva adesso. Sarà in grado Laika di mantenere lo stesso livello anche nella sua prossima opera?

(Wildwood – I segreti del bosco proibito di Travis Knight. 2026, animazione, USA, 130′)