La forza di un cinema evocativo che non ha bisogno del superfluo per farti emozionare: bastano due grandi protagonisti, John Malkovich e Sam Rockwell, e una location da sogno, l’Isola di Pasqua
In arrivo domani, 5 novembre, nelle sale italiane dopo l’anteprima all’83ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia — dove un monumentale John Malkovich ha conquistato la Coppa Volpi come Miglior Attore —, Wild Horse Nine rappresenta il nuovo capolavoro scritto e diretto da Martin McDonagh. Con questa pellicola, il regista e sceneggiatore britannico torna a esplorare le dinamiche umane e le contraddizioni dei suoi personaggi attraverso un racconto poetico e straziante, capace di coniugare dramma e ironia all’interno di un contesto storico e geografico singolare.
Ambientato alla vigilia del tragico colpo di Stato cileno del 1973, il film segue le vicende di due agenti della CIA, Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), spediti improvvisamente da Santiago verso l’Isola di Pasqua dal loro capo sezione, MJ (Steve Buscemi). All’ombra dei giganteschi e millenari Moai (le grandi teste), mentre la storia ufficiale sta per compiere il suo corso sanguinoso sul continente, i due colleghi e amici si ritrovano a fare i conti con gli spettri dei rispettivi passati e con le paranoie del presente. A incrinare definitivamente un equilibrio (soprattutto mentale) già precario interviene l’inaspettato legame che Chris stringe con due studentesse cilene (interpretate da Mariana di Girolamo e Ailín Salas), un incontro destabilizzante che minaccia di rovinare la loro “vacanza” e le vite di tutti in quello sperduto paradiso terrestre.
Ci troviamo indubbiamente davanti a uno dei film più belli e riusciti dell’anno. La cifra stilistica di McDonagh si riconosce fin dalla prima battuta, riprendendo e rifinendo quegli elementi tipici che avevamo già amato nel suo precedente capolavoro, Gli spiriti dell’isola. Ancora una volta, il cuore drammaturgico della narrazione risiede nello scontro e nel confronto serrato tra due figure speculari e antitetiche. Se in Irlanda l’isola era un prigione a cielo aperto che isolava e inaspriva i sentimenti, l’Isola di Pasqua in Wild Horse Nine si trasforma in un luogo ameno di apparente rinascita, un palcoscenico ancestrale destinato a diventare uno spazio di conciliazione, di resa dei conti e di definitiva resa al destino. McDonagh orchestra una storia al tempo stesso divertentissima e profondamente commovente, capace di far ridere a crepapelle per poi lasciarti, un attimo dopo, con un senso di vuoto quasi incolmabile nel petto.
Il titolo stesso racchiude il senso profondo dell’opera per chiunque abbia familiarità con la celebre canzone dei Rolling Stones. Wild horses non è solo un citazione musicale, ma l’espressione inglese utilizzata per indicare quelle forze imponenti che, per quanto provino a costringerti a piegarti o ad andare contro la tua natura, non riusciranno mai a spezzarti («Neanche dei cavalli selvaggi potrebbero trascinarmi via», cantava Mick Jagger). I protagonisti di McDonagh sono esattamente questo: animati da una resistenza ostinata, ancorati ai propri principi o ai propri dolorosi errori, incapaci di farsi trascinare via persino dalle tempeste della storia.
In Wild Horse Nine ogni ingranaggio funziona alla perfezione. Dalla costruzione impeccabile della storia alla scrittura certosina dei personaggi — non solo i magistrali protagonisti, ma anche i comprimari e le figure secondarie —, fino alla scelta evocativa delle ambientazioni. Ma il vero marchio di fabbrica del regista esplode nei dialoghi: un susseguirsi brillante, serrato e surreale di botta e risposta “no sense” tra Malkovich e Rockwell, la cui chimica su schermo è semplicemente prodigiosa. I loro scambi verbali intrattengono con un ritmo forsennato, facendo attraversare allo spettatore un vero e proprio caleidoscopio di emozioni, difficili da contenere o da categorizzare.
Senza perdersi in fredde analisi, questo è un film che chiede solo di essere vissuto. Ci si lascia andare completamente, ci si commuove fino alle lacrime insieme ai personaggi e ci si perde con uno sguardo pieno di meraviglia tra le grandi teste di pietra dell’Isola di Pasqua. Un viaggio cinematografico totale, poetico e indimenticabile. Grazie Martin per questo nuovo, immenso capolavoro!

