TUNER – L’ACCORDATORE, la recensione del film di Daniel Roher con Leo Woodall e Dustin Hoffman

Il regista di Navalny firma un film insolito e nostalgico che unisce musica, dramma e criminalità, valorizzato dall’ottima intesa tra Dustin Hoffman e la rivelazione Leo Woodall

Classificazione: 3.5 su 5.

Tuner – L’accordatore è il primo film di finzione di Daniel Roher, il regista che nel 2023 ha vinto l’Oscar per il documentario Navalny. È una premessa importante, perché ci si potrebbe aspettare qualcosa di molto politico, teso o strettamente legato all’attualità. Invece Tuner – che arriverà nei cinema italiani il 28 maggio distribuito da Notorious Pictures – è un oggetto diverso: un film guidato dai personaggi che sembra arrivare direttamente dagli anni Novanta, con una struttura solida, un tono misurato e una combinazione insolita di generi.

La storia ruota attorno a due personaggi legati al mondo dei pianoforti a New York. C’è Harry Horowitz (interpretato da Dustin Hoffman), un anziano ed eccentrico tecnico di pianoforti che sta progressivamente perdendo l’udito (e la memoria). E c’è il suo giovane apprendista, Niki (Leo Woodall, già notato nella seconda stagione di The White Lotus e in One Day), un ex bambino prodigio che ha dovuto rinunciare alla carriera da pianista a causa dell’iperacusia: un’ipersensibilità ai rumori così acuta da costringerlo a portare sempre i tappi alle orecchie.

L’equilibrio della loro routine – passata ad accordare i pianoforti di lussuosi appartamenti di clienti ricchi che spesso non li suonano nemmeno – si rompe per due motivi. Il primo è l’incontro di Niki con Ruthie (Havana Rose Liu), una studentessa di composizione musicale. Il secondo è di natura decisamente più cinematografica: Niki scopre che il suo orecchio assoluto e la sua capacità di percepire le micro-vibrazioni lo rendono un infallibile scassinatore di casseforti. Viene così agganciato da un gruppo di criminali guidati da Uri (Lior Raz, il protagonista della serie tv di Netflix Fauda), e accetta di aiutarli per pagare le spese mediche del suo mentore Harry.

Il film funziona soprattutto grazie alla chimica tra i due protagonisti e alla sceneggiatura, scritta da Roher insieme a Robert Ramsay, che gestisce bene i dialoghi e l’umorismo. Dustin Hoffman non è moltissimo sullo schermo, ma ogni volta che compare si prende la scena con una prestazione calorosa ed energica, mentre Leo Woodall conferma il suo talento nel ruolo di un ragazzo introverso, scisso tra il peso del suo dono e le scelte inevitabilmente stupide che si trova a compiere. C’è anche una scena notevole, in cui Ruthie testa l’udito di Niki al pianoforte, che ricorda per intensità proprio alcune dinamiche di Rain Man, il vecchio successo di Hoffman.

Il limite principale di Tuner sta nella sua natura ibrida, che a tratti sembra un po’ troppo calcolata. La pellicola oscilla continuamente tra la commedia romantica, il dramma esistenziale e il thriller da heist movie. Questa fluidità lo rende un film molto piacevole e privo di facili manipolazioni emotive, ma anche prevedibile nei suoi risvolti di trama, specie nella parte legata ai furti nelle ville.

È un’opera prima riuscita, che ha il pregio di far scoprire al pubblico i dettagli affascinanti di un mestiere poco raccontato (con ottime musiche originali di Marius de Vries), ma che si colloca in una via di mezzo commerciale: forse un po’ troppo lineare per il pubblico dei festival e forse un po’ troppo di nicchia per le multisale. Noi la dritta ve l’abbiamo data, ora sta a voi decidere se ascoltarci oppure perdervi una gran bella storia.

(Tuner – L’accordatore di Daniel Roher. 2026, USA, drammatico, 109′)