Tra gore estremo, comicità nerd e la disperazione di un neo papà, ecco come l’adattamento più controverso della saga getta le basi per un futuro tutto da scoprire
Per anni i registi hanno tentato di adattare la saga videoludica di Resident Evil sul grande e sul piccolo schermo. Paul W.S. Anderson ha sbancato il botteghino con un franchise in sei capitoli, trasformatosi nel tempo in un action puramente tamarro; Johannes Roberts ha tentato la via della fedeltà ai primi due capitoli con l’insipido e sfortunato Welcome to Raccoon City; Netflix, infine, ci ha provato con una serie TV firmata da Andrew Dabb, durata lo spazio di una sola stagione prima di un’inevitabile e meritatissima cancellazione.
In questo scenario si inserisce Zach Cregger, finito da subito nel mirino dei fan più intransigenti per aver dichiarato che il suo reboot farà a meno degli elementi più iconici del franchise: niente Leon (né altri personaggi storici), nessuna Villa Spencer, zero Licker e l’assenza totale della Umbrella Corporation. Una scelta decisamente coraggiosa, che ha scatenato le proteste di chi pretendeva la solita minestra riscaldata, ignorando proprio il fallimento delle precedenti trasposizioni.
Al posto dei soliti eroi, il film segue Bryan, un impacciato corriere medico in procinto di diventare padre, interpretato da un bravissimo Austin Abrams che regge quasi da solo il peso dell’intera pellicola. La sua missione è apparentemente semplice, un classico tragitto dal punto A al punto B: consegnare un carico di vitale importanza al General Hospital di Raccoon City. Quello che Bryan ancora non sa è che la città è diventata il focolaio di un’epidemia del Virus T — capace di mutare le persone in orribili mostri — e che il contenuto del suo pacco è l’antidoto all’infezione.
La storia è una folle corsa contro il tempo, costellata di pericoli che crescono costantemente per intensità e minaccia. Dopo essere sopravvissuto all’attacco di un cane mutato in una fattoria e a quello dei suoi padroni, e dopo essere stato morso da una bambina infetta, Bryan si imbatte in uno scienziato della Umbrella Corporation (interpretato da Paul Walter Hauser). Lo scienziato lo scorta verso l’ospedale, ma solo fino a un certo punto: Bryan si ritrova ben presto di nuovo da solo a lottare contro altre creature, mentre le sue condizioni di salute peggiorano a vista d’occhio. Inseguito per le strade da un grottesco ammasso di zombie, nelle fogne da ratti infetti e per la città da morti viventi che si scagliano dai tetti dei palazzi, il protagonista riesce infine a raggiungere i laboratori della struttura sanitaria.
Quando le porte automatiche si aprono, rivelando lo scienziato interpretato da Zach Cherry, Bryan è ormai allo stremo delle forze: insanguinato, scalzo e con i primi sintomi della mutazione maldestramente nascosti sotto il giubbotto. Conservando il suo solito atteggiamento buffo, consegna il prezioso carico. L’équipe della Umbrella si mette subito al lavoro per sintetizzare il siero, ma la situazione precipita quando la trasformazione di Bryan diventa impossibile da celare, mutandolo in un vero e proprio “boss finale” da videogioco. Una bocca gigantesca spunta dal suo stomaco divorando i ricercatori uno ad uno, mentre la siringa con l’unica dose di antidoto rimane l’ultima speranza per fermarlo. C’è una vena di profonda tragedia che attraversa questo massacro: Bryan implora fino all’ultimo di essere curato, avendo appena compreso quanto desideri soltanto tornare a casa dalla fidanzata per crescere il loro bambino.
L’unico scienziato superstite tenta una fuga disperata verso l’ascensore, ma Bryan lo trascina con sé sfondando una vetrata e precipitando nel vuoto. Ormai completamente sopraffatto dal virus, con enormi bulbi oculari che gli deturpano il volto, il protagonista perde ogni residuo di umanità e finisce la sua vittima, mentre la siringa contenente la cura cade a terra, distruggendosi per sempre. All’arrivo degli elicotteri dell’esercito, la telecamera stringe in un elegante zoom all’interno dell’occhio infetto di Bryan, prima di passare ai titoli di coda.
L’unica speranza della Umbrella di contenere il Virus T è stata distrutta proprio dall’uomo che l’aveva resa possibile. La storia di Bryan si chiude nel modo più drammatico: l’epidemia è ormai inarrestabile e le premesse per gli eventi post-apocalittici del franchise Capcom sono pronte ad esplodere.
Niente post-credit
Per chi se lo stesse chiedendo, non occorre rimanere in sala dopo i titoli di coda: infatti non c’è alcuna scena post-credit. Zach Cregger ha spiegato chiaramente la sua filosofia durante il tour promozionale: i videogiochi esistono già per chi desidera vivere le avventure di Leon S. Kennedy e compagni. Cregger ha voluto espandere questo universo a modo suo e ha già dichiarato di aver chiuso con il franchise dopo questo capitolo. Ciò nonostante, la sua visione ha rilanciato la saga cinematografica e lascia comunque spalancate le porte a un futuro ricco di nuove ed entusiasmanti possibilità.

