Good Boy, l’esordio alla regia di Ben Leonberg, è un affascinante film horror indipendente che ha saputo conquistare una grande distribuzione. Il merito va all’altissimo numero di visualizzazioni registrati dal trailer pubblicato su Shudder, il servizio di streaming gestito da AMC presente negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in Irlanda. Questo risultato è un segnale chiaro dell’interesse generato da una premessa geniale su un pubblico più ampio rispetto a quello di nicchia a cui Good Boy era rivolto. Pur non essendo il nostro genere di horror preferito, l’idea alla base è talmente originale da renderlo un’esperienza cinematografica singolare e meritevole di essere vista sul grande schermo.
La storia del film è molto semplice. Dopo un lutto in famiglia, Todd, un ragazzo con evidenti problemi di salute, si allontana dalla città e dalla sua assillante sorella per trasferirsi nell’isolata fattoria del nonno insieme al suo migliore amico a quattro zampe, Indy. Presto, però, in quella casa cominciano ad accadere strane cose: soltanto il cane riesce a percepire e vedere l’oscura presenza che la infesta. Incapace di avvertire il padrone, spetta a Indy il compito di affrontare l’entità malvagia e salvare la vita del suo amico.
È la prospettiva a elevare l’intera narrazione, richiamando l’originalità di opere recenti come Presence di Steven Soderbergh. Vedere l’essere soprannaturale attraverso gli occhi di Indy (il vero cane del regista) crea una tensione alta e costante. La telecamera, molto spesso posizionata all’altezza del cane, costringe lo spettatore a percepire ogni rumore e ogni ombra con la stessa diffidenza dell’animale. Grazie ai suoi sensi acuti, Indy non solo avverte il male, ma lo vede, e il suo legame incrollabile con il padrone (di cui non vediamo mai il volto) funge da potente motore emotivo della storia.
Leonberg fa un lavoro ammirevole nel costruire l’atmosfera e l’ambientazione. Il modo in cui segnali visivi e presagi vengono trasmessi attraverso la percezione canina è sempre molto efficace, giocando abilmente con l’idea che l’unico a vedere il pericolo non possa in alcun modo comunicarlo (se non abbaiando), generando un senso di frustrazione palpabile.
È molto facile affezionarsi a Indy, l’amico fedele che tutti vorremmo accanto nei momenti difficili, ed è impossibile non fare il tifo per lui. La sua “prova attoriale” è pazzesca: le sue espressioni sono meravigliose e i suoi occhi color cioccolato trasmettono tantissimo. Speriamo che escano presto dei video del dietro le quinte per scoprire qual è il segreto dietro questa “interpretazione da Oscar”.
Detto questo, il film a tratti fatica a mantenere un ritmo sostenuto e alcune scene sembrano ridondanti. L’originalità della premessa non riesce sempre a sostenere l’intera durata e, in alcuni momenti, la narrazione tende ad allungarsi. Nonostante non offra scene particolarmente paurose o memorabili, nel complesso, Good Boy si rivela una buona ghost story, dimostrando che un’idea forte (tipica di un certo cinema indipendente a basso budget) può compensare ampiamente alcune incertezze tecniche e produttive che, onestamente, sono presenti.

