La recensione di DISCLOSURE DAY, il nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg

Classificazione: 3.5 su 5.

Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, è una specie di ritorno a casa che però assomiglia molto poco ai film con cui il cineasta americano è diventato il regista più influente del mondo. È un film che parla di alieni, di incontri ravvicinati, di segreti di stato e di rivelazioni, ma che invece di cercare lo stupore o il terrore negli occhi e nei cuori dello spettatore prova a raccontare in modo lucido e fin troppo ottimistico come reagirebbe il nostro mondo – quello dei social network, della polarizzazione politica e della sfiducia nelle istituzioni – se scoprissimo che non siamo soli nell’universo. E il risultato, secondo noi, è un’opera affascinante, visivamente potentissima, ma anche un po’ ingenua.

Il film, che esce nei cinema italiani il 10 giugno distribuito da Universal Pictures, segna la quarta volta in cui Spielberg si confronta con gli extraterrestri, dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T. (1982) e La guerra dei mondi (2005). Questa volta lo fa insieme a David Koepp, lo sceneggiatore di Jurassic Park, e con un cast molto europeo e molto azzeccato che mette insieme Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth.

La premessa da cui parte il film è una vecchia teoria del complotto (molto simile alle leggende metropolitane che per anni circolavano sulla fantomatica Area 51), di quelle che si leggono sui forum: gli alieni esistono, sono sulla Terra da decenni, ma i governi e il Pentagono hanno sempre nascosto tutto per evitare il panico di massa e per studiare in segreto la loro tecnologia. Il film comincia proprio quando questo equilibrio si rompe.

Emily Blunt interpreta una meteorologa di una tv locale del Kansas che, durante una diretta, ha una specie di attacco di panico e comincia a parlare una lingua sconosciuta. Il video diventa virale e attira l’attenzione di un esperto di sicurezza informatica (Josh O’Connor), che ha appena rubato dei file riservati del governo. I due si trovano a scappare da un’azienda privata che lavora per il Dipartimento della Difesa – il cui capo è interpretato da Colin Firth – nel tentativo di rendere pubblici tutti i documenti in loro possesso (video, foto, audio) e annunciare il “Disclosure Day”, il giorno della rivelazione, il giorno della verità.

Se vi piacciono i film di Spielberg, in Disclosure Day ritroverete molte delle cose che lo hanno reso un regista unico. C’è una grandissima cura nel raccontare la provincia americana e nel dirigere il super cast; ci sono le luci accecanti della fotografia di Janusz Kamiński e c’è la colonna sonora di John Williams, che a 94 anni riesce ancora a trovare il tema giusto per farti venire i brividi.

La prima metà del film è sostanzialmente un thriller giornalistico e paranoico che funziona benissimo, con un ritmo serrato e una gestione della suspense che ricorda i migliori film degli anni Settanta. Spielberg è bravissimo a mostrare come una notizia del genere non verrebbe accolta con i grandi discorsi politici, ma con i meme, lo scetticismo, i mercati finanziari che crollano e la gente presa dal panico che fa scorte di carta igienica nei supermercati.

Il problema del film sta soprattutto nella sua seconda parte e nella sua tesi di fondo. Nel 1977, con Incontri ravvicinati del terzo tipo, Spielberg aveva raccontato il contatto con gli alieni come un’esperienza mistica, quasi religiosa: gli umani e gli extraterrestri si capivano attraverso la musica. Erano gli anni subito dopo lo scandalo Watergate, c’era molta sfiducia nel governo ma c’era ancora una forte idea di comunità.

Oggi, nel 2026, lo scenario è molto diverso. L’idea che sta alla base della sceneggiatura di Koepp e Spielberg – cioè che basti pubblicare dei file su internet per mostrare la “Verità” al mondo e unire l’umanità – sembra un po’ superata. Viviamo in un’epoca in cui anche di fronte a prove evidenti la reazione della rete si divide immediatamente in fazioni: chi grida al deepfake, chi accusa l’intelligenza artificiale, chi pensa sia una distrazione di massa inventata dal governo.

Spielberg, che ha quasi ottant’anni ed è un regista profondamente umanista, sembra rifiutare questo cinismo contemporaneo. Il film cerca un lieto fine e una chiarezza morale che però stonano con il realismo della prima ora. Vuole convincerci che la verità possa ancora renderci liberi, ma per farlo deve ignorare come funzionano davvero il web e l’opinione pubblica oggi.

Non abbiamo il minimo dubbio nel dire che Disclosure Day è un film che vale la pena vedere sul grande schermo, se non altro perché vedere Spielberg che gira scene d’azione e di fantascienza (poche ma buone) è sempre un’esperienza cinematografica superiore alla media. È una pellicola generosa e piena di idee con al centro l’umanità delle persone, ma che soffre di una contraddizione interna: è un film che vuole parlare del presente usando però lo sguardo ottimista e un po’ datato del cinema del secolo scorso. Per qualcuno sarà un limite, per altri il suo pregio più grande.

(Disclosure Day di Steven Spielberg. 2026, fantascienza, USA, 145′)