Il fascino disturbante del giudizio televisivo e la trappola interiore del voyeurismo mediatico
Dopo la première mondiale alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, che ha consacrato con 9 minuti di applausi l’interpretazione del protagonista come una delle sue migliori di sempre, Primetime di Lance Oppenheim si prepara all’uscita nelle sale italiane il 15 ottobre distribuito da I Wonder Pictures. Sulla carta il film si presenta come una riflessione affascinante, capace di catturare il clima torbido e permissivo nel mondo dell’intrattenimento televisivo dei primi anni 2000, tra il sibilo dei modem dial-up e il ronzio delle videocassette VHS.
La pellicola racconta la parabola del giornalista Chris Hansen e del controverso format di Dateline NBC To Catch a Predator, un programma televisivo che attraverso operazioni sotto copertura e telecamere nascoste smascherava in diretta tv presunti predatori sessuali colti sul fatto. Mentre lo show diventa un fenomeno nazionale che spettacolarizza oltremodo una situazione così drammatica, Primetime solleva interrogativi cruciali su come la televisione sia diventata il nuovo arbitro della giustizia collettiva, trasformando il confine tra cronaca, intrattenimento e voyeurismo televisivo in un cortocircuito sempre più ambiguo e insostenibile.
Tuttavia, il principale limite della pellicola risiede proprio nella sua struttura narrativa e nell’impostazione registica, a tratti documentaristica: Oppenheim, al suo esordio in un vero e proprio film dopo un passato proprio nel documentario, fatica a imprimere una vera spinta emozionale alla storia che consenta allo spettatore di empatizzare con le vittime o disprezzare veramente il pedofilo. I personaggi secondari — dalla produttrice Andie Bender (interpretata da Merritt Wever) alle giovani comparse “esca” impersonate da Skyler Gisondo e dalla cantautrice Phoebe Bridgers — rimangono spesso bidimensionali, schiacciati da una sceneggiatura firmata da Ajon Singh che si limita a giudicarli dall’alto senza approfondirne davvero la psicologia e le reali motivazioni che li spingono a mettere a rischio la loro salute mentale e fisica. L’operazione finisce per risultare a tratti un po’ fredda e prevedibile, ricordando da vicino un esercizio di stile sul cinismo mediatico già visto in opere ben più taglienti come Nightcrawler.
A salvare Primetime dal rischio della superficialità e dall’indifferenza è soprattutto la prova collettiva del cast. Merritt Wever si conferma straordinaria nel rendere il cinismo e la disinvolta abilità manipolatoria richiesta dal suo ruolo da producer del programma, mentre Phoebe Bridgers sorprende con una naturalezza inaspettata al debutto cinematografico. Ma il vero punto di forza del film resta Robert Pattinson, qui coinvolto anche in veste di produttore. Pattinson regala un’interpretazione intensa, maligna e disturbante: il suo Hansen è un conduttore ambizioso, disposto a sacrificare la famiglia e travalicare ogni confine etico e morale pur di dominare gli ascolti del palinsesto serale e regalare “sangue fresco” al pubblico del Primetime.
Nonostante tutto questo, il contributo in produzione di figure del calibro di Ari Aster e una regia e una fotografia esteticamente accattivanti, Primetime si arena spesso su una superficie patinata e lascia il dubbio se fosse stato meglio guardare un vero documentario sulla vicenda. Resta senz’altro un valido racconto cinematografico sul potere dei media e sulla spettacolarizzazione del male, ma lascia lo spettatore con una sensazione di vuoto emotivo che svanisce appena uscito dalla sala.

