Da Project Hail Mary al nuovo film di Steven Spielberg in uscita questa settimana, la fantascienza al cinema se la passa molto bene
Disclosure Day è il nuovo film di Steven Spielberg e fino a qui tutto bene. Esce nei cinema italiani mercoledì 10 giugno (e anche qui ci siamo). Oggi noi di MovieDigger lo vedremo in anteprima (fortunelli). Questa notizia è importante per diversi motivi: prima di tutto perché è un film di Spielberg, che è uno dei registi più influenti della storia del cinema; in secondo luogo perché segna il suo ritorno alla fantascienza e alle storie di alieni a circa vent’anni di distanza da La guerra dei mondi (2005); e infine perché arriva in un momento in cui il genere sta vivendo una specie di nuova giovinezza, trainato da enormi investimenti economici e successi commerciali clamorosi.
Per capire dove si inserisce Disclosure Day, bisogna fare un passo indietro e guardare a cosa è stata la fantascienza extraterrestre negli ultimi anni, sia sul piano narrativo che su quello commerciale.
Dalla meraviglia alla paranoia geopolitica
Per decenni, il cinema di fantascienza ha usato gli alieni per raccontare le paure o le speranze del proprio tempo. Negli anni Cinquanta erano la metafora della minaccia comunista; negli anni Settanta e Ottanta, soprattutto grazie allo stesso Spielberg con Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) e E.T. (1982), sono diventati il simbolo della meraviglia e dell’ottimismo. Dopo l’11 settembre 2001, lo scenario è cambiato di nuovo: La guerra dei mondi raccontava il trauma di un attacco improvviso e inspiegabile.
Negli ultimi anni, però, la fantascienza cinematografica ha preso una direzione ancora diversa, più intima da un lato e più burocratica e geopolitica dall’altro. Ci sono stati film come Arrival (2016) di Denis Villeneuve, dove il tema centrale era il linguaggio e la cooperazione internazionale in un mondo frammentato. O come Annihilation (2018) di Alex Garland e Nope (2022) di Jordan Peele, dove l’alieno smette di essere una creatura antropomorfa con cui confrontarsi e diventa una forza della natura biologica, incomprensibile e indifferente alle categorie umane.
Allo stesso tempo, il dibattito pubblico reale sugli extraterrestri si è spostato dai confini della teoria del complotto ai palazzi della politica. Dal 2017 in poi, alcune inchieste giornalistiche del New York Times e, soprattutto, le udienze del Congresso degli Stati Uniti del 2023 sui cosiddetti UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, il termine istituzionale per gli UFO) hanno sdoganato il tema. Ex ufficiali dell’intelligence hanno testimoniato sotto giuramento riguardo al possesso da parte del governo di “materiale biologico non umano”.
È esattamente in questa fessura, tra la realtà dei corridoi di Washington e la finzione cinematografica, che si inserisce il nuovo progetto di Spielberg.
I grandi budget e il caso Project Hail Mary
Questo fermento creativo coincide con un momento in cui la fantascienza (e gli horror) è uno dei pochissimi generi non legati ai supereroi che riesce ancora a “tirare” moltissimo al botteghino e portare le persone in sala, giustificando budget di produzione giganteschi che spesso superano i 150 milioni di dollari.
L’esempio più recente e lampante di questo fenomeno è lo straordinario successo di Project Hail Mary, l’adattamento cinematografico del romanzo di Andy Weir (già autore di The Martian).
Il film, interpretato da Ryan Gosling e diretto da Phil Lord e Christopher Miller, racconta la storia di un astronauta che si sveglia da solo su un’astronave con un’amnesia e scopre di dover salvare l’umanità da un evento di estinzione solare, collaborando con una creatura aliena chiamata “Rocky”.
Il successo pazzesco di Project Hail Mary (ha incassato quasi 700 milioni di dollari) dimostra una cosa importante: il pubblico ha fame di storie di fantascienza che uniscono il rigore scientifico (la cosiddetta hard sci-fi) a una forte componente emotiva e relazionale con l’ignoto. Ma dimostra anche che per fare questi film servono risorse immense. Ricreare l’assenza di gravità, ambienti spaziali credibili e alieni che non risultino ridicoli richiede investimenti che solo i grandi studi possono permettersi. Rispetto al passato, gli studios sono meno propensi a correre questi rischi economici ma quando c’è di mezzo la fantascienza (con al timone registi e attori di un certo livello) allora le cose sembrano meno complicate.
Che cos’è Disclosure Day
Il film di Spielberg si inserisce proprio in questa scia di produzioni ad alto budget, ma sceglie una strada più legata al thriller politico che all’avventura spaziale pura. Il regista ha raccontato che l’idea gli è venuta leggendo le inchieste giornalistiche sui programmi segreti del Pentagono:
«È il mio primo film che sarà considerato di fantascienza ma che io non considero tale. Riflette molto di più il mondo per come si sta evolvendo e le scoperte che vengono fatte mentre parliamo».
La trama, scritta insieme allo sceneggiatore David Koepp (che con Spielberg ha già firmato i primi due Jurassic Park), ruota attorno a un esperto di cybersecurity – interpretato da Josh O’Connor – che entra in possesso di prove inconfutabili sul fatto che il governo degli Stati Uniti nasconda da decenni i contatti con civiltà extraterrestri. Nel cast ci sono anche Emily Blunt, Colman Domingo e Colin Firth.
A giudicare dai primi dettagli, il film sembra unire la spettacolarità visiva tipica del regista (la fotografia è dello storico collaboratore Janusz Kamiński, le musiche sono di John Williams) a un tono paranoico anni Settanta, sullo stile di Tutti gli uomini del presidente.
Perché ci interessa
Il ritorno di Spielberg agli alieni mostra come la fantascienza contemporanea – sia quella spettacolare e spaziale di Project Hail Mary, sia quella più politica di Disclosure Day – non abbia più bisogno di inventarsi invasioni apocalittiche per spaventare o affascinare.
La tensione oggi si gioca sulla gestione dell’informazione, sulla perdita di fiducia nelle istituzioni, sulla scienza e sulla nostra incapacità collettiva di elaborare la verità. In passato, l’arrivo degli alieni al cinema serviva a unire l’umanità contro un nemico comune o a sollevarne lo spirito. Oggi, l’impressione è che la sfida più grande non arrivi dallo spazio, ma dal modo in cui gli esseri umani reagiscono alla scoperta di non essere soli. Vi racconteremo presto se Spielberg è riuscito a trovare una risposta.

