C’è un genere cinematografico, diventato con il tempo di nicchia, che negli ultimi anni ha ritrovato una vitalità inaspettata, grazie soprattutto alla saga mystery di Knives Out portata avanti da Rian Johnson e Daniel Craig: il cosiddetto whodunit, il giallo classico in cui bisogna scoprire il colpevole tra un gruppo di sospettati. Pecore sotto copertura, nelle sale italiane dal 7 maggio, prende questo genere — che è poi quello reso immortale dai romanzi di Agatha Christie — e lo applica a un contesto che sembra uscito da un film della Aardman o da un grande classico per famiglie.
Il film è l’adattamento del romanzo Three Bags Full della scrittrice tedesca Leonie Swann e segna il debutto nel cinema live-action di Kyle Balda, che finora avevamo conosciuto per la regia di successi dell’animazione come Minions e Cattivissimo Me 3. La sceneggiatura è invece firmata da Craig Mazin, che oggi associamo a titoli molto seri e cupi come Chernobyl e The Last of Us, ma che in passato ha frequentato parecchio la commedia demenziale (Una notte da leoni e Scary Movie).
La storia è decisamente particolare. George Hardy (interpretato da Hugh Jackman, che funge più da guida per lo spettatore che da vero protagonista) è un pastore solitario che vive in una piccola fattoria vicino al villaggio di Denbrook e detesta tutte le persone del posto. George è un vegetariano convinto: alleva le sue amate pecore per il loro manto soffice e le tratta con un affetto insolito. Ogni sera legge loro dei romanzi gialli. Una mattina, però, le pecore lo trovano morto fuori dal suo camper. Quando il poliziotto locale (un imbranato Nicholas Braun, il Greg di Succession) archivia il caso con troppa fretta, le pecore decidono di aiutarlo a trovare l’assassino e fare giustizia, seguendo il metodo da detective che hanno imparato dai libri di George.
Il film funziona molto bene quando si concentra sul gregge, realizzato con una CGI di ottimo livello che ricorda per sensibilità e tenerezza il Babe – Maialino coraggioso di Chris Noonan. Le dinamiche interne al gruppo — guidato dall’intelligente Lily e dal montone Mopple, che ha una memoria prodigiosa — sono il cuore del racconto. C’è un’ingenuità di fondo molto efficace: le pecore, per esempio, non capiscono bene il concetto di morte e sono convinte che i loro simili, a un certo punto, si trasformino semplicemente in nuvole. O ancora, ogni volta che accade qualcosa di brutto, decidono di dimenticarlo. Ma non questa volta!
Questa prospettiva permette al film di parlare di temi non esattamente banali per una commedia per famiglie, come l’elaborazione del dolore, quanto sia importante la memoria e come i pregiudizi condizionino le vite delle persone (in questo caso dell’agnellino d’inverno). Se la ricerca investigativa delle pecorelle è abbastanza sofisticata nel metodo e può far pensare al piano di Galline in fuga, qui il tono vira più verso un mistero “gentile” e rassicurante che ha decretato il successo di Paddington. Il film è davvero molto divertente ed è pieno di quell’umorismo inglese che non lascia indifferenti. Anche le scenette che coinvolgono gli animali insieme agli attori in carne ossa fanno ridere di gusto e non sono mai fine a se stesse ma servono a portare avanti l’indagine.
I limiti di Pecore sotto copertura emergono invece quando l’azione si sposta sui personaggi umani. La regia di Balda risente a tratti della sua grande esperienza nell’animazione e poca nei live-action, con gag affidate agli attori in carne e ossa che risultano a volte troppo cariche o fuori registro rispetto alla delicatezza delle scene con gli animali. Nonostante questo, Emma Thompson e Nicholas Braun riescono a gestire bene i tempi comici di una sceneggiatura che, pur essendo meno cupa rispetto al materiale originale, mantiene quell’ironia british adorabile.
Pecore sotto copertura è un’opera di buon cuore che riesce nella difficile impresa di essere un prodotto commerciale trasversale. È un film che non si limita a “seguire il gregge” dei franchise moderni, ma prova a usare una storia bizzarra per dire qualcosa di sensato sulla necessità di restare uniti e sulla capacità di guardare il mondo con occhi diversi. Anche se quegli occhi, a volte, sono quelli di una semplice pecora.

