PASSENGER, la recensione del nuovo film horror di André Øvredal

Il regista di Autopsy firma un film “on the road” visivamente notevole, ma penalizzato da una sceneggiatura che non sa bene dove andare

Classificazione: 2.5 su 5.

Passenger è da oggi nei cinema italiani, l’ultimo film horror di André Øvredal, il regista norvegese di Autopsy, Scary Stories to Tell in the Dark e Demeter – Il risveglio di Dracula.

Il film si inserisce in quel filone molto specifico del cinema americano ambientato sulle strade desolate della provincia profonda, dove i viaggi on the road si trasformano rapidamente in incubi a causa di autostoppisti serial killer, famiglie cannibali e minacce paranormali.

Tra i titoli più famosi di questa particolare nicchia dell’orrore spiccano film come Duel, The Hitcher – La lunga strada della paura, Jeepers Creepers, Radio Killer, Grindhouse – A prova di morte e il più sofisticato Bones and All. In questi lavori, le strade provinciali dell’America rurale, i raduni di camperisti e i parcheggi deserti dei grandi centri commerciali smettono di essere semplici sfondi e diventano il fulcro del terrore.

Maddie (interpretata da Lou Llobell, famosa per la serie sci-fi Foundation) e Tyler (Jacob Scipio, visto in Bad Boys: Ride or Die) sono una giovane coppia che ha deciso di cambiare vita, dando un taglio alla frenesia della città. Dopo aver sistemato le proprie cose in un furgone trasformato in una casa su ruote, i due partono per un viaggio attraverso gli Stati Uniti.

Le cose, ovviamente, cambiano radicalmente quando una notte, su una strada isolata, si imbattono in un incidente stradale. Si fermano per prestare soccorso, ma per il conducente dell’auto non c’è più nulla da fare. Convinti di essersi lasciati l’orrore alle spalle, Maddie e Tyler si rimettono in viaggio, senza sapere che qualcosa di malvagio è salito a bordo con loro. Una presenza silenziosa – interpretata da Joseph Lopez – inizia infatti ad annidarsi nell’ombra del furgone. È il “Passeggero”, un’entità demoniaca che perseguita i viaggiatori. Non si fermerà finché non li avrà uccisi.

Il problema principale del film sta nel modo in cui la sceneggiatura, scritta da T.W. Burgess e Zachary Donohue, gestisce questa presenza. Nei film horror non è obbligatorio spiegare tutto nei minimi dettagli – anzi, spesso il mistero amplifica la paura –, ma qui il copione è decisamente troppo vago nello stabilire le “regole del gioco”. Chi è davvero il Passeggero? A volte si mostra, a volte scompare; a volte lo vede solo uno dei protagonisti, a volte entrambi. A volte può essere ferito, a volte appare invincibile. È reale o è solo una proiezione mentale? Come può essere sconfitto?

La narrazione oscilla continuamente tra queste possibilità senza sceglierne mai una. In realtà, il film introduce alcune regole – come “non viaggiare mai di notte” e “non fermarsi mai a prestare soccorso” – e include elementi materiali che dovrebbero approfondire una mitologia della strada, la quale però risulta abbastanza raffazzonata: si va dal ciondolo di San Cristoforo (il protettore dei viaggiatori) in grado di allontanare il demone, fino a misteriosi simboli d’avvertimento lasciati sul furgone o lungo le strade.

È un peccato, perché quando Passenger mette da parte i nodi di trama e si concentra sulla pura tensione, funziona benissimo. Øvredal dimostra ancora una volta di essere un regista di genere dal grande talento visivo, capace di costruire almeno tre sequenze horror di forte impatto. In una di queste Maddie viene braccata dal demone nel parcheggio di una palestra, in un’atmosfera di notevole ansia; in un’altra, Tyler striscia sotto il furgone per recuperare dei bulloni, lasciando lo spettatore con il fiato sospeso.

La sequenza migliore, però, è ambientata in un campeggio: il Passeggero tormenta la coppia muovendosi dietro lo schermo di un proiettore all’aperto che sta trasmettendo il classico Vacanze Romane. Maddie usa il fascio di luce del proiettore come una torcia improvvisata per scovare l’entità, che finisce per fondersi visivamente con le immagini della pellicola. È un momento di grande cinema horror, visivamente splendido.

Gran parte del merito per la riuscita di queste atmosfere va al direttore della fotografia Federico Verardi. Buona parte della storia si svolge nel cuore della notte, illuminata solo dai fari delle auto e dai lampioni dei parcheggi. Eppure, a differenza di molti horror moderni che abusano di un’estetica digitale cupa e impastata, qui il buio è espressivo, profondo e soprattutto nitido: lo spettatore capisce sempre dove si trovano i personaggi e da dove sta per arrivare il pericolo.

A tenere in piedi il film nei momenti di calma sono i due attori protagonisti. Sostenuti solo dalle brevi apparizioni di Melissa Leo (nel ruolo di una bizzarra camperista), Llobell e Scipio si caricano sulle spalle l’intera pellicola mostrando una chimica notevole. Il pubblico si ritrova sinceramente a fare il tifo per la loro sopravvivenza e per la tenuta della loro relazione, cosa non scontata nel cinema horror contemporaneo.

I problemi di scrittura, tuttavia, tornano a galla in modo evidente nel finale ambientato nel deserto, dove la storia prende una piega decisamente troppo assurda, rovinando in parte la meticolosa costruzione della tensione precedente. Anche le scelte sonore sono altalenanti: Øvredal è bravissimo a usare il silenzio e i rumori ambientali per spaventare, ma ogni tanto cede a improvvisi sbalzi di volume alla radio per ottenere facili jumpscare.

In conclusione, Passenger è un film riuscito solo a metà. È un’opera dotata di un’ottima atmosfera, interpreti convincenti e un paio di scene notevoli, che però si ritrova intrappolata in una sceneggiatura che non ha mai del tutto chiara la propria destinazione. Per gli appassionati del genere resta comunque una visione consigliata per una serata senza troppe pretese. Se cercate qualcosa di diverso, invece, orientatevi sull’ottimo Obsession.

(Passenger di André Øvredal. 2026, horror, USA, 94′)