mortal kombat 2 recensione

MORTAL KOMBAT II, la recensione del sequel di Simon McQuoid ispirato alla famosa saga videoludica

Classificazione: 2.5 su 5.

È difficile spiegare a chi non ha passato i pomeriggi degli anni novanta in una sala giochi o davanti a una console a 16 bit perché qualcuno dovrebbe voler vedere, nel 2026, un film come Mortal Kombat II. Il primo capitolo del reboot, uscito nel 2021, era un oggetto strano: un film che passava tutto il tempo a preparare un torneo che poi non avveniva mai. Questo sequel, diretto ancora da Simon McQuoid, cinque anni dopo mette finalmente in scena quel torneo, ma lo fa con una tale noncuranza per la coerenza narrativa da risultare quasi ammirevole. Quasi!

La storia, per quel che conta, riprende da dove ci eravamo lasciati. I guerrieri della Terra devono affrontare le forze del Regno Esterno, guidate dal malvagio Shao Kahn, in una serie di combattimenti all’ultimo sangue per decidere il destino del pianeta. Se la premessa vi sembra esile, è perché lo è. Il film non fa nulla per nasconderlo: i dialoghi servono esclusivamente a traghettare lo spettatore da un’arena all’altra, e i personaggi hanno la profondità di un manichino senza vestiti. Johnny Cage, interpretato da Karl Urban (il Butcher della serie The Boys), è l’unica nota positiva in un cast che si prende troppo sul serio: Urban interpreta la star del cinema in disgrazia con una goliardia che sembra presa direttamente dai film d’azione di serie b di trent’anni fa.

Ed è proprio qui che il film trova la sua unica, vera ragion d’essere. Non è un “bel film” nel senso tradizionale del termine: la CGI è a tratti orribile, con scene a rallentatore che farebbero rabbrividire persino Zack Snyder; i combattimenti non sono niente di che, così come le poche arene di gioco presenti. Tuttavia, possiede quella specifica estetica “sporca” e rumorosa dei blockbuster anni novanta. C’è un gusto per l’eccesso, per il sangue esibito con compiacimento (le famose fatality) e per i costumi che sembrano cosplay costosi, che riesce a generare una strana forma di nostalgia. Non è la nostalgia ruffiana e patinata alla Stranger Things, ma quella più rozza dei film che si noleggiavano in VHS basandosi solo sulla bellezza della copertina (un po’ come accadeva per i libri).

Per chi non è un fan della saga videoludica, Mortal Kombat II rimane un’esperienza tremendamente faticosa. La lore del franchise è presente a iosa ma è spiegata male; se non riuscite ad emozionarvi per l’ennesimo scontro tra Scorpion e Sub-Zero (i due personaggi più iconici del videogioco), rimarrete probabilmente indifferenti a tutto ciò che passerà davanti allo schermo per quasi due ore. Ma se vi lasciate trasportare dall’ingenuità di un cinema che vuole solo mostrare gente che si massacra di botte nel modo più violento possibile, potreste trovarci un senso e, perché no, divertirvi.

In definitiva, Mortal Kombat II è un film onesto nel suo essere un prodotto di puro consumo rivolto esclusivamente ai fan del videogioco. Non prova minimamente a essere “cinema d’autore” o un dramma esistenziale travestito da action. È un giocattolo senza scatola, molto usato, che funziona solo se accettate di tornare ad avere dodici anni per un paio d’ore, dimenticando che nel frattempo il cinema — e probabilmente anche voi — è andato avanti.

Non ci sono scene post-credit alla fine del film.

(Mortal Kombat II di Simon McQuoid. 2026, azione, USA, 116′)