Mio fratello è un vichingo

MIO FRATELLO È UN VICHINGO – THE LAST VIKING: la recensione del film di Anders Thomas Jensen con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas

Classificazione: 3.5 su 5.

Mio fratello è un vichingo – The Last Viking si conferma come l’ennesima perla del cinema danese, una commedia nera ironica, spiazzante e profondamente umana. Scritta e diretta dal premio Oscar Anders Thomas Jensen, la pellicola non teme di esplorare in chiave grottesca il cortocircuito emotivo tra Anker e Manfred, due fratelli che condividono un passato difficile e poco altro. Anker, interpretato da un solido Nikolaj Lie Kaas, è un uomo indurito da quindici anni di carcere, la cui unica via d’uscita sembra essere il bottino nascosto dal fratello. Manfred, a cui presta il volto un immenso Mads Mikkelsen, soffre però di un disturbo dissociativo così grave da essersi convinto di essere John Lennon, rifiutando categoricamente la sua vera identità e sviluppando bizzarre ossessioni, come quella per i cani altrui.

Jensen scava nel loro legame mostrandoci un fragile compromesso tra la poca pazienza di chi cerca solo risposte materiali e la deriva onirica di chi non è più in grado di darle. I due protagonisti sono straordinari nel mettere in scena una chimica carica di tensione e sentimenti controversi, velata però da una patina di tenerezza che emerge in piccoli gesti quasi invisibili. Al contrario, risultano molto più evidenti le esplosioni di rabbia di Anker o i paradossali tentativi di suicidio di Manfred, messi in scena senza mai sminuire la drammaticità del gesto. È proprio nel contrasto tra la rigidità del primo e l’ingenuità quasi infantile del secondo che il film trova i suoi momenti più alti, creando scene talmente assurde da risultare esilaranti e, allo stesso tempo, commoventi.

La ricerca del denaro si trasforma così in un percorso terapeutico dove ogni momento passato insieme sgretola un pezzo della corazza di Manfred, costringendo Anker a confrontarsi con i frammenti di una memoria condivisa che riaffiora in tutta la sua atrocità, permettendo a noi spettatori di riviverla attraverso i loro occhi di bambini. In questo universo sospeso tra comicità e malinconia, la musica diventa un elemento fondamentale. L’ossessione per i Beatles e per gli ABBA è molto più di una semplice eccentricità: è un rifugio emotivo e un linguaggio attraverso cui i personaggi riescono finalmente a comunicare, trasformando quella che inizialmente appare come una fuga dalla realtà in una forma inattesa di riconciliazione.

Sebbene la narrazione indugi a volte in parentesi grottesche che rischiano di stemperare la tensione, il cuore dell’opera resta saldo nell’equilibrio tra un presente da costruire e un passato traumatico con cui fare i conti. È un viaggio maturo, arricchito da inserti animati crudi, che ci ricorda come il legame di sangue sia spesso complicato ma rimanga l’unico appiglio per chi ha perso la propria identità. La capacità di rappresentare il dolore con questa onestà intellettuale è il marchio di fabbrica del cinema danese contemporaneo, capace di accogliere i personaggi per la loro unicità senza mai scendere a patti con il giudizio morale. Il successo di questo tipo di storie conferma che il pubblico ha fame di personaggi imperfetti, capaci di dimostrare che essere fuori dal coro non significa essere stonati, ma forse solo più in sintonia con la propria umanità.

Mio fratello è un vichingo – The Last Viking arriverà in anteprima in cinema selezionati il 17 marzo e in tutte le sale italiane dal 26 marzo grazie a Plaion Pictures.

(Mio fratello è un vichingo – The Last Viking di Anders Thomas Jensen. 2025, Danimarca, commedia, 116 min)