Millennium Actress recensione

MILLENNIUM ACTRESS: la recensione del secondo film d’animazione di Satoshi Kon

Classificazione: 3.5 su 5.

Grazie ad Anime Factory, Millennium Actress torna nelle sale italiane dall’11 al 13 maggio in una nuova versione restaurata in 4K che non si limita a pulire le immagini, ma sembra ridare fiato a quell’ossessione visiva che Satoshi Kon ha coltivato per tutta la sua breve e folgorante carriera.

Decisi a ripercorrere la sua vita, un regista e il suo assistente ottengono un incontro con Chiyoko Fujiwara, diva del cinema giapponese ormai anziana e ritiratasi a vita privata. Ripercorrendo i suoi ruoli più iconici e la ricerca di un amore mai dimenticato, i due filmmaker “scivolano” attraverso i ricordi di Chiyoko, diventando spettatori di un viaggio onirico in cui i confini tra realtà e finzione si dissolvono.

La storia di Chiyoko, l’attrice che attraversa mille anni di storia giapponese per inseguire un pittore dissidente di cui conserva solo una chiave e un ricordo sbiadito, è probabilmente l’opera meno iconica ma più commovente e stratificata del regista. In questo film, più che nei precedenti, Kon riesce a dimostrare che il montaggio non è solo uno strumento tecnico per unire due scene, ma una vera e propria forma di pensiero. La fluidità con cui Chiyoko passa da un’inquadratura all’altra, trasformandosi da principessa del periodo feudale a ragazza che corre tra le macerie del dopoguerra, fino a diventare un’astronauta lanciata verso lo spazio, è un esempio di cinema puro che sfida le leggi del tempo e dello spazio.

L’approccio di Kon alla narrazione è un gioco di specchi costante in cui il cinema parla del cinema e in cui la realtà scivola in un sogno ad occhi aperti. La vita dell’attrice non è raccontata cronologicamente, ma attraverso i personaggi e i generi cinematografici che ha interpretato: il dramma, la guerra e la fantascienza diventano i contenitori emotivi della sua ricerca personale. Il regista e l’operatore sono delle ancore preziose per noi spettatori per non perderci del tutto lungo l’intreccio della storia. In fondo, rappresentano la nostra parte voyeuristica più nascosta.

In questa versione 4K, i dettagli delle scenografie e la profondità dei colori esaltano il lavoro meticoloso dello studio Madhouse, rendendo giustizia a una regia che non lascia nulla al caso. Ogni movimento di macchina, ogni raccordo di movimento tra una scena e l’altra, serve a costruire un senso di vertigine: una corsa inarrestabile verso qualcosa di irraggiungibile. Non è un caso che registi come Christopher Nolan abbiano guardato a Kon per strutturare la logica dei sogni in Inception, o che Darren Aronofsky abbia trovato in lui l’ispirazione per esplorare il declino psicologico (Mother!) e la paranoia dei suoi protagonisti (Il cigno nero).

La grandezza di Satoshi Kon risiede nella sua capacità di essere un ponte tra la cultura pop e la filosofia esistenzialista. Se in Perfect Blue il tema era la frammentazione dell’identità nell’era dei media, in Paprika era il sottile confine tra il sogno e la veglia, in Millennium Actress il regista sposta l’attenzione sulla persistenza/ossessione del desiderio. La famosa frase finale, che chiude il film con una nota di ambiguità e bellezza, suggerisce che il fine ultimo della vita di Chiyoko non fosse l’incontro con l’uomo amato, ma l’atto stesso dell’inseguimento, il motore della passione che la rendeva viva e, in qualche modo, immortale attraverso la pellicola. Questo restauro permette di apprezzare anche la colonna sonora di Susumu Hirasawa, che con i suoi ritmi incalzanti ed elettronici funge da cuore pulsante di una pellicola che non si ferma mai.

Osservando l’eredità di Kon, emerge chiaramente come egli abbia anticipato molte delle riflessioni contemporanee sulla natura dell’immagine. Il suo cinema ha influenzato il modo in cui oggi intendiamo la narrazione non lineare, spingendo il pubblico occidentale a considerare l’animazione non come un genere per bambini, ma come un linguaggio capace di gestire complessità emotive e stilistiche superiori a molti film. Rivedere oggi questo capolavoro significa riscoprire un autore che, pur essendo mancato prematuramente, continua a parlarci con una modernità disarmante, ricordandoci che la realtà non è mai una sola, ma è composta da tutti i ruoli che decidiamo di recitare e da tutti i sogni che abbiamo il coraggio di rincorrere fino alla fine.