Michael debutta sul grande schermo come il primo vero evento cinematografico dell’anno, un biopic musicale firmato da Antoine Fuqua e scritto da John Logan che ambisce a celebrare la parabola artistica e umana di Michael Jackson. Prodotto da Graham King, già artefice del successo globale di Bohemian Rhapsody, il film cerca di catturare quella scintilla che il Re del Pop emanava quando saliva sul palco, ripercorrendo la metamorfosi di un bambino prodigio in una leggenda della musica. Il risultato finale si presenta come un’opera visivamente sontuosa e ritmicamente travolgente, che deve tuttavia confrontarsi (cosa che volutamente non fa) con la pesante eredità e le inevitabili zone d’ombra che hanno segnato la vita del suo protagonista.
Il cuore pulsante dell’intera pellicola è senza dubbio Jaafar Jackson, che accetta la sfida di interpretare lo zio compiendo un vero miracolo di mimesi e sensibilità. La sua non è una semplice imitazione, ma una prova attoriale (non aveva mai recitato in vita sua) che ne incarna il carisma magnetico, la timidezza quasi sussurrata e la furia espressiva sul palco. Le sue performance nei numeri musicali sono elettrizzanti e coinvolgenti (vi capiterà di vedere qualcuno del pubblico in sala muoversi a ritmo delle sue canzoni), supportate da una cura maniacale nel trucco e nei costumi che restituisce fedelmente ogni epoca, dai ricci d’infanzia dei Jackson 5 fino al look iconico dell’era Bad di fine anni ’80. Altrettanto straordinario è l’apporto del giovanissimo Juliano Valdi nei panni di Michael bambino, la cui energia naturale mostra come il talento di MJ fosse già immenso, sebbene imbrigliato dalle regole ferree del padre.

Se Jaafar rappresenta l’anima della storia, Colman Domingo ne costituisce l’ancora drammatica attraverso un’interpretazione di Joe Jackson magistrale e a tratti terrificante per quanto sia intensa la sua aura autoritaria nei confronti della famiglia. Domingo porta sullo schermo un uomo che fu allo stesso tempo l’artefice del successo planetario dei figli (i Jackson 5) e la causa della loro infanzia negata. Il rapporto tra padre e figlio viene analizzato attraverso la lente di una disciplina spietata, rivelando come il genio di Michael sia stato forgiato nel dolore. La presenza di Domingo è così potente da proiettare una tensione costante sulla narrazione, che continua a gravare sul protagonista anche quando il padre non è fisicamente in scena. Ed evidenzia come la sua presenza così ingombrante abbia condizionato l’età adulta del Re del Pop.

La regia di Antoine Fuqua infonde al racconto la stessa energia tipica dei suoi film d’azione, evitando qualsiasi sorta di staticità che spesso penalizza il genere biografico di fronte al grande pubblico. Dopotutto stiamo parlando di un blockbuster da 150 milioni di dollari che deve richiamare al cinema più gente possibile ed incassare tanto, tantissimo. La sceneggiatura di John Logan corre veloce, strutturata come una lunga jam session che trova il suo apice nel monumentale concerto di Wembley del 1988. Le sequenze musicali rappresentano il punto di forza assoluto, grazie a una colonna sonora inebriante che spazia da ABC a Thriller, rendendo quasi impossibile per lo spettatore restare fermo in poltrona.
Tuttavia, l’ambizione del film si scontra talvolta con una scrittura che appare eccessivamente edulcorata, forse a causa del coinvolgimento della famiglia Jackson nella produzione. Se da un lato il film non teme di mostrare i traumi infantili, dall’altro tende a scivolare via velocemente — o meglio, a sorvolare — sulle controversie legali degli anni successivi (la pellicola termina prima), privilegiando la celebrazione rispetto a una versione investigativa sulle accuse di molestie mosse al cantante. In alcuni passaggi, specialmente nell’ultimo atto, la pellicola rischia di trasformarsi in un semplice documentario celebrativo sui grandi live, perdendo parte di quel mordente così intimo costruito con efficacia nella prima metà.
Nonostante l’eccellenza del comparto sonoro, il film mostra il fianco anche su alcuni aspetti tecnici seppur marginali, come gli effetti visivi ambientali utilizzati per ricreare le immense folle degli stadi durante i concerti, che in certi momenti appaiono artificiali e poco realistici. Si tratta di piccoli difetti che rischiano di rompere l’immersione proprio nei momenti topici, anche se la macchina da presa riporta sempre l’attenzione sul palco inquadrando ogni singolo passo di danza del protagonista. Questa pellicola centra l’obiettivo di ricordare perché Michael Jackson sia stato un artista unico, offrendo un ritratto intimo che brilla soprattutto quando si abbandona alla musica. Pur mancando del coraggio necessario per esplorare la parte più ambigua del cantante, resta un’esperienza elettrizzante e commovente, un pellegrinaggio necessario per tutti i fan del Re del Pop e una scoperta preziosa per le nuove generazioni.

