Un thriller psicologico fantastico che ispeziona al microscopio una famiglia borghese e il suo dramma, candidato dell’Italia agli Oscar ma frenato da una scrittura a tratti didascalica
Dopo il successo de La valle dei sorrisi, il nuovo film di Paolo Strippoli, L’Estranea, si presenta al pubblico italiano – dall’8 ottobre al cinema – con una certa ambizione e, soprattutto, aspettative molto alte. Selezionato per rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar nella sezione per il miglior film internazionale, il quarto lungometraggio del giovane regista conferma la sua vocazione per un cinema perturbante e d’atmosfera, capace di unire una componente fantastica a una feroce radiografia del microcosmo familiare, senza rinunciare a un severo esame morale personale e collettivo.
La storia si apre in una Roma sferzata da un nubifragio, dove Anna (Jasmine Trinca) irrompe improvvisamente nella vita della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano), studentessa di moda trasferitasi da Bari proprio per allontanarsi dalla madre. Non è una visita di cortesia, ma l’inizio di una confessione drammatica che si snoda attraverso una struttura a capitoli, riavvolgendo il nastro fino al 1999. In quell’anno, la famiglia Colonna viveva nell’idillio dorato di una villa con piscina, sostenuta dal successo del capofamiglia Walter (Adriano Giannini). L’armonia si spezza durante una festa in giardino, quando la piccola Alice rischia di perdere una gamba per un incidente domestico. Anna, impaurita dalla prospettiva di un futuro incerto per sua figlia, inizia a pregare la Madonna nella cappella dell’ospedale, dove incontra una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi): l’estranea, decisamente inquietante, è pronta a offrire la salvezza alla figlia in cambio di un patto scellerato. Spinta dalla disperazione, Anna accetta l’accordo e, da quel momento, l’ascesa sociale e l’apparente perfezione della famiglia si trasformano in una discesa agli inferi che sembra non avere fine.
I pregi dell’operazione risiedono anzitutto nella coerenza autoriale di Strippoli e nella sua solida conoscenza del genere che mixa in modo egregio il dramma familiare, il thriller psicologico e il fanta-horror estremo. A livello visivo più che narrativo il film funziona molto bene: la regia sfrutta gli elementi atmosferici — dal sole accecante della prima parte alla pioggia torrenziale del presente — come veri e propri detonatori dei traumi familiari pronti ad esplodere. Il comparto sonoro è un elemento imprescindibile che accentua il simbolismo e le svolte negative della storia. I protagonisti sono tutti sul pezzo: Jasmine Trinca offre un’interpretazione schizofrenica nei panni di una madre ossessiva, che trasmette a sua figlia i propri sogni di gioventù, mentre Valeria Bruni Tedeschi regala alla pellicola un tocco grottesco di rara efficacia, capace di oscillare tra la paura e una sottile ironia che strappa più di qualche sorriso. Anche Giannini sfodera un’ottima performance nei panni di un padre esigente e poco incline al dialogo con gli altri componenti della famiglia, in un contesto in cui l’apparenza e il successo lavorativo sono tutto. Nelle scene più spettacolari, soprattutto nell’epilogo apocalittico, il talento visivo del regista esplode con forza, confermando una padronanza non comune degli effetti speciali e della messa in scena, degna dei migliori film di genere.
Non mancano tuttavia alcuni difetti che rendono il risultato al di sotto delle aspettative, a dire il vero, molto alte. Rispetto alla fluidità, alla tensione e alle ambientazioni de La valle dei sorrisi, L’Estranea mostra il fianco a una certa schematicità nella scrittura, firmata da Strippoli insieme a Salvatore De Chirico. In diversi passaggi, la storia si affida a concetti didascalici fin troppo marcati, tra suoni traumatici insistiti, movimenti di macchina frenetici e una rappresentazione visiva della “spirale” che rischia di sottolineare eccessivamente concetti già chiari allo spettatore. Si avverte inoltre il peso di un compromesso produttivo: l’esigenza di confezionare un prodotto di più ampio respiro porta talvolta a derive un po’ convenzionali, sfiorando involontariamente la parodia nei toni più melodrammatici della prima ora, quasi a ricordare il cinema patinato di Muccino.
Nel complesso, L’Estranea rimane una pellicola coraggiosa e stimolante, un thriller psicologico che fotografa la mostruosità antropologica di una borghesia ripiegata su se stessa incapace di affrontare il dolore. Pur mostrando il fianco a qualche asprezza e a un’iniziale macchinosità strutturale, il film di Strippoli conferma la vitalità di un autore che non teme di sperimentare e che sa imporre una voce decisamente “estranea” e necessaria nel panorama del cinema italiano attuale.

