Sulla scia del successo di Evil Dead Rise (a noi è piaciuto parecchio), che ha rilanciato la saga de La Casa di Sam Raimi, il regista irlandese Lee Cronin si misura ora con uno dei mostri classici più iconici (e spesso sottovalutati) della storia del cinema, La Mummia. Il risultato è una rilettura intima e viscerale, seppur non del tutto originale (per il genere), che tenta di nobilitare la figura della Mummia attraverso una lente inedita e mai esplorata.
L’aspetto più interessante della pellicola è il netto distacco stilistico dalle precedenti opere: se le versioni con Brendan Fraser e Tom Cruise puntavano tutto sull’avventura la prima e sull’azione la seconda — con esiti alterni tra il cult e il flop — Cronin sceglie di cambiare radicalmente registro e ambientazione. La forza di questa rivisitazione risiede in una dimensione molto più intima e inquietante: un dramma familiare dalle tinte horror-investigative ambientato ai giorni nostri, radicato nel dolore della perdita e nel terrore di un risveglio innaturale.
La storia di Lee Cronin – La Mummia (titolo davvero poco digeribile) segue la tragedia di Charlie Cannon (Jack Reynor), giornalista di base al Cairo, e di sua moglie (Laia Costa), un’infermiera, la cui vita viene distrutta dalla scomparsa nel deserto della figlia Katie (Emily Mitchell). Quando, otto anni dopo, la bambina improvvisamente viene ritrovata sana e salva e fa ritorno in famiglia, quello che sembra un miracolo si trasforma in un incubo a occhi aperti.
Cronin, affinando l’atmosfera opprimente già sperimentata in La Casa – Il Risveglio del Male, centellina la violenza e le scene gore a favore di una costante sensazione di pericolo. Il film non manca di momenti viscerali, ma questi sono dosati con estrema precisione e sono di grande impatto. La tensione non scaturisce solo dall’efferatezza delle immagini, quanto dalla capacità del regista di insinuarsi sotto la pelle dello spettatore, portando il mostro all’interno della quotidianità di una normalissima famiglia che aveva finalmente ritrovato un po’ di serenità.
Un elemento fondamentale risiede nella scelta del cast che sostiene con solidità l’impianto drammatico. Jack Reynor e Laia Costa offrono interpretazioni autentiche nei panni di genitori sospesi tra speranza, sofferenza e terrore, incapaci di abbandonare una figlia diventata un pericolo mortale per loro e per gli altri due figli. May Calamawy, nel ruolo della detective Dalia Zaki, guida lo spettatore nel labirinto investigativo alla Seven per cercare il colpevole e il movente di quel rapimento. Tuttavia, è la giovanissima Natalie Grace a dominare la scena: la sua Katie è una presenza fisica costante e mostruosa che incute disgusto e paura attraverso un’immobilità innaturale, scatti improvvisi e rumori raccapriccianti, richiamando la migliore tradizione del cinema horror sulle possessioni.
I veri limiti del film emergono però nella gestione dei tempi. La struttura narrativa, pur efficace nella sua lenta scoperta del mistero, finisce per dilatarsi eccessivamente: 130 minuti sono troppi e finiscono per disperdere la tensione accumulata. Il montaggio, poco serrato, penalizza il ritmo e conduce a una resa dei conti finale frettolosa, caotica e talvolta banale. Inoltre, l’atto conclusivo scivola verso territori horror più convenzionali e spettacolari, stridendo con la raffinata pacatezza della prima parte che tutto sommato avevamo apprezzato.
Nonostante queste incertezze, dobbiamo ammettere che l’opera di Cronin riesce nell’intento di modernizzare un classico. Pur con qualche difetto di scrittura, il film ben si inserisce in quel filone di operazioni riuscite come L’uomo invisibile e Wolfman, capaci di spogliare l’iconografia tradizionale per rivelare un nucleo psicologico potente e attuale.
Non sono presenti scene post credit dopo i titoli di coda.

