Il remake in carne e ossa non aggiunge nulla alla magia del classico d’animazione Disney, offrendo solo una fedele e spenta operazione nostalgia
A dieci anni esatti dal successo del classico d’animazione e a soli due anni dal sequel, la Disney porta al cinema dal 19 agosto il remake live-action di Oceania. La storia è sempre quella: Vaiana (Catherine Lagaʻaia) risponde al richiamo dell’oceano e viaggia, per la prima volta, oltre la barriera corallina dell’isola di Motunui insieme al semidio Maui (Dwayne Johnson), in un’avventura indimenticabile per riportare la prosperità al suo popolo.
Siamo sempre stati molto critici nei confronti di queste operazioni commerciali firmate Disney e questa nuova versione di Oceania non ci ha fatto cambiare idea; al contrario, ha confermato tutti i nostri dubbi. Rispetto ad altri remake della major (25 in totale), qui parliamo del rifacimento in carne e ossa di un film d’animazione ancora attualissimo e che ha già un terzo capitolo in cantiere. Questo solo elemento basterebbe a sconsigliare un’operazione del genere, ma non per Disney, da tempo orientata a massimizzare i guadagni sfruttando e trattando le proprie opere come prodotti di un catalogo.
Ogni singola inquadratura del film è identica all’originale del 2016, di cui ripropone la medesima storia senza un briciolo di originalità. Un approccio così pigro e conservativo che rende la visione noiosa per chi ha visto il cartone, privando lo spettatore di qualsiasi effetto sorpresa, persino nelle gag più divertenti. Emblematico è il caso del pollo Hei Hei, la cui resa in CGI risulta decisamente strana.
Non mancano, comunque, alcuni aspetti positivi, a partire dalle bellissime canzoni di Lin-Manuel Miranda e dall’ottima integrazione tra i set reali e i green-screen della computer grafica. Le inquadrature aeree e le ambientazioni panoramiche restituiscono la bellezza dei colori dell’oceano e la ricchezza dei paesaggi polinesiani, mentre le scene d’azione contro i pirati Kakamora e il demone di fuoco Te Kā sono di ottimo livello.
Un altro elemento produttivo apprezzabile riguarda il cast e la rappresentazione culturale: gli attori coinvolti sono di origine polinesiana e delle isole del Pacifico, una scelta di buon senso che conferisce un po’ di autenticità alla narrazione e dà credibilità alle coreografie tribali e alle tradizioni di quel popolo. La giovane esordiente Catherine Laga’aia ci regala una Vaiana carismatica e fragile allo stesso tempo, mostrando la stessa evoluzione del personaggio del cartone. Nelle scene più drammatiche è ben supportata da Rena Owen e John Tui, i quali, nei panni della nonna e del padre, riescono a trasmettere tutto il calore dei legami familiari.
Il problema principale del film, oltre al pigro “copia e incolla” della sceneggiatura, è purtroppo Dwayne Johnson, che torna a interpretare il semidio Maui dopo avergli prestato la voce nel cartone animato. Il suo Maui in carne e ossa non funziona: Johnson appare insolitamente sottotono e privo di quella esuberanza stravagante che caratterizzava la controparte animata. A peggiorare la sua prova si aggiunge una parrucca decisamente posticcia a cui è impossibile non fare caso.
La pellicola non offre alcun elemento di novità tale da giustificare il prezzo del biglietto. Oceania non si può definire un brutto film in senso assoluto, ma alla fredda perfezione digitale di questo maldestro tentativo di monetizzare sulle nuove generazioni noi preferiamo di gran lunga la magia dell’originale. Il consiglio per figli e nipoti? Recuperate il classico animato.

