La recensione di GOOD LUCK, HAVE FUN, DON’T DIE di Gore Verbinski con Sam Rockwell

Sam Rockwell guida un gruppo di eroi improbabili in una commedia sci-fi grottesca che ci sbatte in faccia la nostra dipendenza dagli schermi

Classificazione: 3.5 su 5.

Good Luck, Have Fun, Don’t Die segna il ritorno alla regia di Gore Verbinski a quasi dieci anni di distanza dall’uscita de La cura dal benessere. Questa volta il regista della trilogia dei Pirati dei Caraibi e premio Oscar per Rango, firma un lungometraggio che affronta temi importanti di stretta attualità: i rischi legati all’intelligenza artificiale, la dipendenza da smartphone e social network, e il modo profondo in cui la tecnologia sta ridefinendo (a quanto pare in peggio) le nostre relazioni e le nostre vite.

Il film, il cui titolo riprende una frase molto comune tra i videogiocatori, è una commedia fantascientifica decisamente eccentrica che si muove quasi come fosse un videogioco (missione principale, vari nemici da sconfiggere, il boss finale). Dopo essere stato presentato in anteprima al Taormina Film Festival e aver raccolto ottime recensioni dalla stampa, Good Luck, Have Fun, Don’t Die arriverà nelle sale italiane il 25 giugno distribuito da Vertice 360. È una pellicola di cui vale la pena parlare, soprattutto per la sua spietata satira sociale su come l’umanità sia riuscita in poco tempo a “mandare tutto a rotoli”.

La storia prende il via in una tranquilla serata a Los Angeles, quando un senzatetto armato di detonatore entra in un diner pieno di gente. L’uomo, interpretato da Sam Rockwell, dichiara di venire dal futuro e avverte i presenti che di lì a poche ore un’intelligenza artificiale fuori controllo innescherà l’apocalisse globale. Aggiunge poi che, secondo i suoi calcoli, l’unico modo per sventare la fine del mondo prima che il tempo scada è reclutare dei volontari per una missione cruciale.

Il gruppo scelto dal presunto viaggiatore del tempo è deliberatamente sconclusionato: ne fanno parte due insegnanti di scuola superiore (Zazie Beetz e Michael Peña), una madre in lutto (Juno Temple) e un’animatrice di feste di compleanno vestita da principessa delle favole (Haley Lu Richardson). Si tratta di personaggi improbabili che riflettono diverse categorie della nostra società (la scuola, la famiglia, i giovani), ma che appaiono palesemente impreparati a salvare l’umanità.

La struttura del film è piuttosto lineare e segue i nostri “eroi” superare diversi ostacoli per raggiungere il luogo dove sta prendendo coscienza l’I.A. La narrazione viene tuttavia interrotta da numerosi flashback dedicati al passato di ciascun personaggio. Oltre a svelare qualcosa in più sulla loro vita e come mai si trovassero nel locale, queste digressioni permettono a Verbinski e allo sceneggiatore Matthew Robinson di esprimere delle critiche molto severe nei confronti della tecnologia e di puntare il dito contro le persone che ne fanno un uso sbagliato. Si parla di isolamento da algoritmo, della dipendenza dai social e della nostra tendenza a rifugiarci nella realtà virtuale pur di non affrontare il mondo reale. In una delle scene chiave, il personaggio di Rockwell si lancia in un lungo monologo in cui rimprovera i protagonisti per il tempo eccessivo passato davanti agli schermi, accusandoli di aver compromesso la propria capacità di pensare con lucidità. Potrebbe sembrare la solita ramanzina, ma il messaggio è così chiaro e diretto che, a fine visione, viene quasi l’istinto di nascondere il cellulare.

La regia di Verbinski si conferma uno dei punti di forza della pellicola: visivamente ispirata e ricca di intuizioni felici, ha il pregio di mantenere sempre alta l’attenzione, nonostante il ritmo non sia così sostenuto, specie all’inizio. Sebbene la durata sia di quelle importanti, non pesa anche perché ogni elemento è funzionale al racconto e all’evoluzione verso un finale volutamente ambiguo. A sorreggere gran parte del film è anche l’eccellente prova di Sam Rockwell, perfetto nel bilanciare i momenti comici, drammatici e action.

Al netto di una sceneggiatura a tratti un po’ grossolana e priva di veri spunti originali – che ha il limite di sollevare varie problematiche senza approfondirle davvero –, Good Luck, Have Fun, Don’t Die si rivela un esperimento insolito e interessante nel panorama cinematografico attuale che lancia grandi spunti di riflessione. Pur esasperando i toni attraverso elementi grotteschi generati da “pessimi prompt”, la pellicola riesce a intercettare una preoccupazione reale, attualissima e decisamente condivisibile. Alla fine della fiera forse il mondo potrebbe ancora salvarsi… oppure no, chi lo sa.

(Good Luck, Have Fun, Don’t Die di Gore Verbinski. 2026, fantascienza, USA, 134′)