LA FINE DI OAK STREET, la recensione del film di David Robert Mitchell con Anne Hathaway e Ewan McGregor

David Robert Mitchell porta in sala un blockbuster estivo senza troppe pretese, sospeso tra nostalgia spielbergiana e anomalie spazio-temporali

Classificazione: 3 su 5.

In un’estate da record per le sale cinematografiche — segnata dai numeri da capogiro di Odissea e Spider-Man: Brand New Day (entrambi ben oltre il miliardo d’incasso) —, la seconda metà di agosto accoglie sul grande schermo il primo blockbuster diretto da David Robert Mitchell: La fine di Oak Street. C’è un momento preciso nella storia del cinema in cui i dinosauri hanno smesso di appartenere soltanto ai libri di testo per trasformarsi in uno dei motori narrativi più potenti della settima arte. Se la fantascienza ha da sempre giustificato la loro presenza richiamando la genetica o qualche pianeta sperduto nello spazio, la nuova opera del regista di It Follows sceglie una strada altrettanto fantasiosa ma decisamente originale: le anomalie spazio-temporali. Quando un misterioso evento cosmico sradica Oak Street dalla periferia e trasporta l’intero quartiere in un luogo sconosciuto, la famiglia Platt si rende conto che la propria sopravvivenza dipenderà unicamente dalla capacità di restare unita in un ambiente ormai irriconoscibile e ostile.

A cinquantuno anni e con soli tre lungometraggi all’attivo nell’arco di un quindicennio (The Myth of the American Sleepover, il cult horror It Follows e il noir allucinato Under the Silver Lake), Mitchell si trova per la prima volta al timone di una produzione ad alto budget. In tutta onestà, non si può dire che si sia piegato del tutto alle rigide regole delle grandi produzioni: per quanto possibile, il regista ha cercato di preservare la propria cifra stilistica, confezionando un prodotto d’intrattenimento estivo capace di intercettare un pubblico trasversale. L’interesse verso l’opera nasce anche da una campagna promozionale particolarmente azzeccata: poche informazioni sulla trama, trailer accattivanti e privi di spoiler, la presenza dei dinosauri soltanto intuibile e la promessa di rievocare le atmosfere nostalgiche di Jurassic Park.

Ed è proprio qui che si innesca un corto circuito evidente, rendendo il confronto con il capolavoro di Spielberg inevitabile. La proposta di Mitchell cerca tuttavia una strada personale partendo dai suoi protagonisti: la famiglia Platt. All’apparenza incarnazione del classico quadretto della famigliola felice della provincia americana — immerso in un universo anni ’80 vivo e pulsante tra feste di quartiere, giri in bicicletta tra amici, vicini rompiscatole (cibo per i dinosauri), e le classiche musiche dell’epoca —, la realtà rivela subito che i genitori, Denise (Anne Hathaway) e Gregg (Ewan McGregor), sono sull’orlo del divorzio e non sanno come comunicarlo ai figli adolescenti, Audrey e Brian. Quando un pericolo surreale piomba sul loro isolato, il dramma familiare si trasforma improvvisamente in un teso survival movie.

Sulla carta, la sceneggiatura si presenta come una delle più audaci lette di recente dai due interpreti, chiamati a passare dall’analisi intima delle crepe coniugali all’avventura di pura sopravvivenza. La regia di Mitchell conferma la consueta perizia tecnica nel movimento della macchina da presa, ma l’operazione complessiva finisce per inciampare nei suoi stessi cambi di tono. La repentina virata verso un’avventura di sopravvivenza dai tratti anche cruenti stona con la spensieratezza iniziale; le scene d’azione con i dinosauri si rivelano senza infamia e senza lode (lontane dai picchi di Jurassic Park), mentre la premessa sci-fi legata alla traslazione spazio-temporale del quartiere risulta debole e poco convincente.

Sebbene l’intesa tra la Hathaway e McGregor funzioni, in diversi passaggi drammatici si percepisce una certa mancanza di spontaneità, accentuata dalla scrittura dei due figli, le cui sconsiderate azioni (come uscire di casa per cercare il cane smarrito nel momento meno opportuno) si riducono a pretesti narrativi fin troppo frustranti.

La fine di Oak Street resta comunque un appuntamento singolare della stagione estiva, sospeso tra avventura, nostalgia e tensione, oltre che una tappa di transizione per un autore di talento in vista del già annunciato They Follow. Un blockbuster senza troppe pretese che non sempre trova il ritmo giusto nel fondere i generi, ma che si rivela pur sempre un’ottima scusa per godersi il fresco della sala cinematografica.

(La fine di Oak Street di David Robert Mitchell. 2026, avventura, USA, 99′)