Su Netflix è arrivata la docuserie che prova a ricostruire il tradimento e l’arresto del leggendario leader del cartello di Sinaloa
Per quasi cinquant’anni, Ismael “El Mayo” Zambada è stato una sorta di spettro nel panorama del narcotraffico messicano. A differenza dei suoi alleati più famosi e scenografici, prima tra tutti Joaquín “El Chapo” Guzmán, Zambada ha costruito il proprio potere sulla discrezione, vivendo nell’ombra e limitando al minimo ogni apparizione pubblica. Nel gennaio del 2010, accettò di concedere una rara e celebre intervista al giornalista Julio Scherer per la rivista Proceso. In quell’occasione, riflettendo sulla propria latitanza e sulla protezione di cui godeva nel suo territorio, pronunciò una frase che sembrava quasi una sfida al destino: «Fino a oggi non è apparso nessun traditore».
Quattordici anni dopo, quella frase ha assunto il sapore di un presagio al contrario. Il 25 luglio 2024, il capo settantassettenne è stato arrestato negli Stati Uniti dopo essere stato sorpreso all’aeroporto di Santa Teresa, vicino a El Paso, in Texas. Con lui c’era Joaquín Guzmán López, uno dei figli del “Chapo”. Le dinamiche di quella misteriosa cattura sono rimaste a lungo avvolte da speculazioni e smentite, finché il 30 novembre 2025 lo stesso Guzmán López, dichiarandosi colpevole di narcotraffico e criminalità organizzata davanti a un tribunale di Chicago, ha ammesso di aver ingannato e sequestrato l’anziano boss per consegnarlo alle autorità americane.
A ricostruire questa intricata parabola è ora La caduta di El Mayo, una miniserie documentario in tre episodi prodotta da Netflix e diretta dai registi Darren Foster e Miguel Fernández Flores. Il progetto nasce da un lavoro d’indagine certosino e realizzato a tempi di record: la proposta è stata presentata alla piattaforma streaming il 6 agosto 2024, meno di due settimane dopo l’atterraggio di Zambada sul suolo statunitense.
L’impostazione scelta dai due autori richiama in qualche modo la struttura della tragedia classica. Il primo episodio ripercorre l’ascesa di Zambada, descritto da ex agenti ed esperti come la vera mente strategica dell’organizzazione del cartello della droga di Sinaloa e un vero e proprio “governatore nell’ombra” della regione, capace di orchestrare una rete di corruzione senza precedenti nella storia del Messico. I due capitoli successivi si concentrano invece sugli intrighi, sulle crepe all’interno del cartello e sul clamoroso epilogo.
Per comprendere la gravità di quanto accaduto, spiegano i registi, è necessario guardare ai legami storici che per oltre trent’anni hanno unito le famiglie Zambada e Guzmán. Tra i due nuclei vigeva un rapporto di profonda vicinanza, quasi parentale. In questo contesto, il tradimento appare ancora più netto: Guzmán López era infatti il figlioccio di Zambada, una figura di cui l’anziano capo si fidava ciecamente e che invece lo ha fatto salire con l’inganno su un aereo diretto negli Stati Uniti.
Le conseguenze di questo tradimento non sono state soltanto giudiziarie, ma hanno scatenato una sanguinosa guerra di successione all’interno del cartello di Sinaloa. La fazione guidata dagli eredi di Zambada, nota come La Mayiza, ha avviato una violenta offensiva contro Los Chapitos, i figli di Guzmán Loera, provocando una scia di centinaia di morti e sparizioni in Messico e riaccendendo le tensioni diplomatiche tra i governi di Città del Messico e Washington circa la gestione delle operazioni di intelligence statunitensi.
Attraverso migliaia di pagine di atti giudiziari, testimonianze di agenti di polizia, giornalisti e perfino interviste ai livelli più bassi dell’organizzazione, La caduta di El Mayo non pretende di fornire una risposta definitiva su ogni singolo dettaglio dell’operazione, ma offre un quadro dettagliato di una storia la cui portata sociale e le cui implicazioni legali sono ancora in piena evoluzione.


