Jack Ryan: Ghost War e il problema di non essere una serie tv

Jack Ryan: Ghost War prova a trasformare una serie tv di successo in un film, e il risultato non è quello sperato

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Esiste un genere cinematografico che negli Stati Uniti definiscono «dad cinema», il cinema per papà. Sono quei thriller di spionaggio, un po’ cerebrali e un po’ d’azione, tratti solitamente da quei romanzi tascabili acquistati in aeroporto, dove una persona ordinaria (con qualche competenza straordinaria) si trova a dover salvare il proprio paese da una minaccia terroristica. Per quasi trent’anni il volto di questo genere di cinema è stato Jack Ryan, il celebre analista della CIA nato dalla penna di Tom Clancy e interpretato nel tempo, con alterne fortune, da Alec Baldwin, Harrison Ford, Ben Affleck e Chris Pine.

Quasi tutti quei film (nati per il grande schermo) sono stati dei successi commerciali. Per questo motivo l’uscita su Prime Video di Jack Ryan: Ghost War rappresenta un caso interessante da analizzare: non è una produzione pensata per le sale, ma il proseguimento sotto forma di lungometraggio di una serie televisiva durata quattro stagioni, con John Krasinski ancora nei panni del protagonista.

La scelta di utilizzare un film per chiudere o far fare un salto di qualità a una serie tv ha una sua logica commerciale ed elimina il problema più grosso dei reboot cinematografici: dover spiegare tutto daccapo. Avendo alle spalle trenta episodi, la narrazione non ha bisogno di mostrare gli inizi della carriera di Ryan o di giustificare il suo mondo. Il film lo ritrova direttamente a metà del suo percorso, lasciando che sia stata la televisione a fare il lavoro di approfondimento più faticoso.

Il problema è che Ghost War si sforza moltissimo di presentarsi come un “vero film” – giustificato da un budget più alto, da scene d’azione più spettacolari o dalla volontà di accostare Krasinski ai grandi attori che lo hanno preceduto – senza però riuscirci. Nei suoi 105 minuti di durata, il film scorre in modo coerente e la trama rimane perfettamente comprensibile anche per chi non ha visto la serie, ma alla fine si avverte la mancanza di una vera ragione d’essere che non sia quella di riempire il catalogo della piattaforma.

La storia comincia con Ryan che ha lasciato la CIA per lavorare in un fondo d’investimento, cercando di vivere una vita normale. Viene però ricontattato dal suo ex capo James Greer (Wendell Pierce), ora vicedirettore dell’agenzia, per un piccolo favore: incontrare un suo contatto a Dubai. Ovviamente l’incontro degenera, il corriere viene ucciso e Ryan si ritrova a fare squadra con il vecchio collega Mike November (Michael Kelly) e con una non simpatica agente dell’MI6, Emma Marlow (interpretata da Sienna Miller), per sventare un complotto che mira a riattivare una rete terroristica.

È proprio l’impianto geopolitico a far sembrare il film un’opera fuori tempo massimo. Anche se il terrorismo è una realtà drammaticamente attuale, lo sguardo di Ghost War è rimasto fermo alla fine degli anni 2000, a un’epoca in cui le istituzioni internazionali e le regole della politica estera occidentale venivano messe in discussione con una certa ingenuità idealistica. Durante un duro confronto tra Ryan e Greer, il protagonista si lancia in una filippica sul “sogno americano” scritta con toni così retorici e vaghi da risultare involontariamente datata. Il film sceglie sistematicamente di ignorare la complessità e le tensioni reali di oggi, finendo per galleggiare in una bolla di finzione che somiglia a una rievocazione storica.

In parte la responsabilità è dello stesso Krasinski, che per la prima volta nella storia del franchise firma anche la sceneggiatura. L’attore, che aveva mostrato ottime doti di scrittura e regia nei film della saga horror A Quiet Place, qui fatica a trovare il tono giusto. Nel copione insistono diverse battute e scambi ironici sull’etichetta degli agenti segreti che sembrano presi da una sitcom di basso livello o da un cinecomic Marvel. Se nelle precedenti versioni Ryan era stato raccontato come un uomo nerd, tormentato o d’azione, la versione di Krasinski rischia a tratti di apparire semplicemente presuntuosa e fin troppo superficiale.

Anche sul piano visivo e dell’intrattenimento, Ghost War non offre la spettacolarità che ci si aspetterebbe da un thriller di spionaggio ambientanto in giro per il mondo. Andrew Bernstein dirige la pellicola con il pilota automatico: ritmo costante, inseguimenti in auto, sparatorie rumorose, ma l’impatto complessivo rimane modesto, molto vicino agli standard di un normale prodotto televisivo. Gran parte delle scene cruciali si svolge in interni anonimi o davanti a evidenti sfondi digitali, e il grande scontro finale dentro a un grattacielo in costruzione a Dubai non basta a sollevare le sorti della pellicola. Non parliamo del gruppo terroristico perché è una cosa insulsa.

Del film si salvano solo il cast storico e la buona interpretazione di Sienna Miller, elementi che faranno piacere ai fan più fedeli della serie. Resta però la sensazione che il passaggio dal grande schermo della sala cinematografica al formato televisivo dello streaming abbia tolto a queste storie la loro dote migliore: la capacità di intrattenere un pubblico trasversale con storie solide e ben confezionate. I papà di tutto il mondo, e chiunque conservi la passione per i film action degli anni ’90, avrebbero meritato un ritorno dello spionaggio più ambizioso.

Jack Ryan: Ghost War è disponibile in streaming su Prime Video.