il cinema di Sion Sono

Il cinema dell’eccesso, della speranza e delle anime perse di SION SONO arriva per la prima volta in Italia

Poeta, scrittore e poi regista giapponese, Sion Sono è noto per il suo stile provocatorio, visionario e spesso estremo. Dai primi corti sperimentali fino agli exploit di inizio secolo, con ogni suo film ha declinato il suo gusto per l’esagerazione in modo mai fine a sé stesso.

Tra sesso, violenza, religione, consapevolezza di sé, roboanti racconti sconnessi e sovrabbondanti di stimoli, colori ed esasperazioni, i suoi film non hanno mai cercato lo shock gratuito, ma hanno di volta in volta costruito un viaggio nell’animo (e nel corpo) umano – torbido quanto gioioso, ingenuo quanto spietato – capace di trasformare ogni impeto in un inno all’esistenza.

Giocando con i generi ma senza mai essere semplicemente “di genere”, spingendosi senza remora verso il più invadente disgusto, ha sempre messo in discussione l’autorità, la perdita d’identità all’interno della società, i dettami del perbenismo quanto quelli della faciloneria pseudo-anarchica.

Come da macerie, come con quel piccolo senso di esaltazione davanti a un ginocchio sbucciato, Sion Sono ama distruggere gli esseri umani, raccontarli al loro peggio quanto al loro meglio (riuscendo nel portento di far combaciare, narrativamente, le due cose) con il semplice scopo di celebrarli con le sue funamboliche parate di esistenza.

Il cinema di Sion Sono

L’eccesso, la speranza e le anime perse (e ritrovate) di Sion Sono arrivano per la prima volta nei cinema italiani dal 27 aprile grazie a Cat People.

Due film, due spettacoli opposti, due riflessioni disperate sull’identità: kitsch, esagerato, spietato e pieno di vernice rossa il primo, incantato e ipnotico il secondo. Sul fondo, lo stesso accanito universo e un’unica abissale dedica all’umanità: ricordati di esistere.

Oscillando tra i geyser rossi e il mistero astratto, lo spazio interstellare e il silenzio, Sion Sono racconta tanto la violenza coreografica quanto la pace, l’oblio sociale e la semplicità di un regalo spedito da lontano.

Suicide Club

2001. Tokyo è scossa da un evento inspiegabile: 54 studentesse si gettano contemporaneamente sotto un treno della metropolitana, tenendosi per mano.
L’ispettore Kuroda e la sua squadra avviano un’indagine per individuare l’origine del fenomeno, ma ogni pista conduce a nuovi interrogativi: enigmatici indizi, telefonate anonime e una misteriosa piattaforma online che sembra registrare, o addirittura anticipare, gli eventi.

Suicide Club è un film ancora oggi difficile da contenere: parte dallo splatter, attraversa il thriller, devia nel musical pop e finisce per sabotare continuamente sé stesso. Un film che intercetta le inquietudini dell’inizio del millennio – internet, anonimato, perdita di identità – e le restituisce in forma caotica, disturbante e sorprendentemente lucida.

Il film che fece conoscere Sion Sono al pubblico internazionale è ancora oggi un febbricitante sprofondare nella malinconia più rarefatta che, quasi senza avvertire, scompone il racconto portandolo scena dopo scena verso l’astrazione più puntuale e, al contempo, senza negare quanto già raccontato: il suo scomporre crea, di nascosto, una nuova chiave dove non è il mistero la Stella Polare ma il calarsi nella propria umanità – bislacca, insicura, negata.

Di tutte le coreografie, i balletti, le canzoncine, i geyser rossi, il galoppante kitsch e le scene oniriche rimane lo smarrimento, personale, cucito addosso, perpetuo, di esistenza vuota.

Ma il cinema di Sion Sono è questo: affondare, graffio dopo graffio, nei menadri più torbidi dell’orrore e della perversione, per poi ritrovarsi rinati, sorridenti. Tramortiti ma pronti – come quasi con nessun altro regista – per sorridere al futuro, futuro che riesce a brillare per il semplice fatto di esistere.

The Whispering Star

L’80% della popolazione è composta da intelligenze artificiali, quella umana è una specie in via di estinzione. ID 722 Yoko Suzuki è una androide il cui compito è quello di consegnare pacchi agli umani sparsi per la galassia: oggetti comuni attesi per anni, spesso apparentemente inutili, di cui lei non può cogliere l’importanza e il valore.

THE WHISPERING STAR arrivò come un controcampo inatteso, non solo di Suicide Club ma di tutto il cinema di Sion Sono fino a quel momento. Una fantascienza minimale, ipnotica, sospesa nel tempo e oscillante in un vuoto denso, in un nulla interplanetario che unisce l’amore per il vicino, il semplice, il profano – l’astronave di ID 722 è arrredata come un vecchio appartamento e le scatole che trasporta, in una realtà dove esiste il teletrasporto, sono fatte di cartone.

Realizzato dopo Fukushima, per Fukushima e con Fukushima, The Whispering Star oggi sa di immediato, così come sei anni fa avrebbe potuto avere il sapore di pandemia. Sion Sono costruisce un viaggio cosmico e intimo, fatto di attese, memoria e piccoli gesti. Un film che lavora per sottrazione, come mai in precedenza per il regista, senza però che questo stile per lui inedito prenda il sopravvento, amalgamata e sgorgante novità perfettamente connessa con le inclinazioni dell’anima che desidera raccontare.