hamnet - nel nome del figlio

HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO: la recensione del film di Chloé Zhao con Jessie Buckley e Paul Mescal

Classificazione: 4 su 5.

Recensione di Maria Elena Tita

La scorsa settimana sono state annunciate le candidature agli Oscar 2026 e Hamnet – Nel nome del figlio figura tra i titoli più citati, con otto nomination complessive. Diretto da Chloé Zhao, già premiata con l’Oscar per Nomadland, il film è l’adattamento dell’omonimo romanzo di successo di Maggie O’Farrell.

Il racconto segue la storia d’amore tra William e Agnes, la nascita della loro famiglia e la frattura profonda che la attraversa dopo la morte del figlio Hamnet, ponendo al centro il tema del lutto e il ruolo dell’arte come possibile strumento di elaborazione e sopravvivenza emotiva.

In una natura inglese che ricorda molto i dipinti di Millais, Agnes, detta la figlia della strega per l’aura mistica della madre, cresce selvatica e libera, dormendo accoccolata tra le radici di un grande albero e addestrando il suo falco a tornare.
William insegna greco e latino ai figli di una famiglia benestante per saldare i debiti accumulati dal padre.
I due si innamorano e, una volta scoperto di aspettare un bambino, contro il volere di entrambe le famiglie, convolano a nozze.
William detesta il padre e l’essere costretto a lavorare per lui nella conceria di famiglia per cui su incoraggiamento di Agnes, si trasferisce a Londra per cercare fortuna facendo avanti e indietro con la campagna dove i due hanno deciso di crescere i figli.
Oltre alla prima figlia Susanna infatti, nasceranno qualche anno più tardi i gemelli: Hamnet e Judith.
La vita di questa famiglia è felice e contrassegnata da giochi, riti magici, rispetto per la natura e amore per il teatro.
Solo in un secondo momento il film rivela apertamente ciò che in realtà è già intuibile: questa non è una famiglia qualunque, ma quella degli Shakespeare.
Si apre così un secondo filone narrativo che racconta, in chiave romanzata, la genesi dell’Amleto (Hamnet e Hamlet erano all’epoca varianti dello stesso nome), immaginato come un atto di elaborazione del lutto e di celebrazione per il figlio perduto.

La narrazione è straziante, le inquadrature strette sulla disperazione di Agnes non lasciano scampo allo spettatore che viene travolto dal dolore percependone la grandezza.
Jessie Buckley ci regala la più grande interpretazione della sua carriera e, anche se si tratta in generale di un ottimo film, rende la visione del film imperdibile.

La forza della pellicola risiede soprattutto nella sua componente emotiva. La regia di Zhao è sobria e rigorosa, concentrata sui volti, sui silenzi e sulle reazioni e sceglie consapevolmente di far vivere allo spettatore il dolore senza mediazioni. Il focus è soprattutto sul personaggio di Agnes, sui suoi silenzi, sui suoi gridi liberatori, sulle sue ansie e le sue lacrime e lo spettatore pende dalle sue labbra dall’inizio alla fine. Per questo la narrazione è intensa e coinvolgente, talvolta persino spietata.

Questo film è potentissimo e liberatorio. Vi farà stare male ma non solo: all’interno ci troverete rinascita, amore, teatro, il potere catartico dell’arte e uscirete dalla sala sicuramente arricchiti. Un’opera che non cerca scorciatoie emotive e che, pur mettendo alla prova lo spettatore, restituisce una riflessione intensa sul lutto e sulla capacità dell’arte di trasformarlo.

Una nota finale: la visione in lingua originale è fortemente consigliata, è uno di quei casi in cui fa la differenza.

(Hamnet – Nel nome del figlio, di Chloé Zhao. 2026, drammatico, 125 min.)