ERIC | La recensione della miniserie Netflix

In Eric, la nuova miniserie Netflix, è indiscutibile e impeccabile l’interpretazione di Benedict Cumberbatch (il volto di Sherlock e dei film Marvel dedicati a Doctor Strange). Qui l’attore britannico interpreta Victor, padre e marito eccentrico, odiato da molti per i suoi eccessi. Altrettanto indubbia è la scelta poco audace di mescolare insieme troppi piani narrativi.

Da un lato c’è il rapporto conflittuale tra Victor e il figlio Edgar, un bambino ricco di immaginazione e di talento creativo, come il padre, se non anche di più. Un legame difficile, reso ancora più instabile da una vita di coppia ormai giunta al capolinea. Victor è un uomo fiaccato dall’alcol, allucinato dalle droghe, poco incline a entrare in contatto con l’altro. La sua irascibilità è l’errore che porta Edgar a legarsi con la madre Cassie, cercando nella fantasia del disegno una via di fuga dalla realtà.

Dall’altro ci sono le indagini del detective Ledroit, impantanato sulla sparizione del giovane Marlon, scomparso un anno prima. Il poliziotto viene incaricato di portare avanti le ricerche di Edgar, di cui si perdono le tracce nel tragitto verso scuola. Ledroit è un uomo nero, silenzioso e poco socievole, che nasconde una diversità capace di esporlo alla discriminazione più subdola.

Sullo sfondo c’è una città caotica e sporca, confusa e disorientata: la New York degli anni Ottanta. La serie ne racconta le contraddizioni e gli estremi: il mondo sommerso tra i tunnel metropolitani e i tombini, dove emarginati e poveri trovano rifugio, e il mondo sommerso tra i locali notturni e i vicoli bui, dove ricchi e poliziotti corrotti sfruttano e uccidono.

E alla fine c’è Eric, colui che dà il titolo alla miniserie. L’amico creato dai colori di Edgar diventa l’ossessione del padre, lo strumento per ritrovare il figlio, il grillo parlante sboccato e diretto. Victor, infatti, tenta prima di scritturare Eric nel cast di Good Day, Sunshine!, il programma per il quale fa il burattinaio. Ma non è compreso dai suoi colleghi, stufi di imposizioni ed eccessi. Così, si fa accompagnare dall’Eric delle sue allucinazioni nel labirinto di tracce lasciato da Edgar, in un viaggio confuso attraverso i ricordi e i rimpianti di un uomo che non sa uscire dal tunnel che si è creato da solo.

Eric è dunque una storia sulla paternità, sul rapporto con le proprie fragilità, sulle discriminazioni e i pregiudizi, sui buchi neri che possono affliggerci. E sulla speranza che mai dovrebbe abbandonarci.

Recensione di Elisa Scaringi

Autore dell'articolo: Francesco Vannutelli