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DIGGER, la recensione del film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise

Il divo di Hollywood si spoglia dei panni dello stuntman per affidarsi al regista messicano in una satira politica e ambientalista feroce e divisiva

Classificazione: 3.5 su 5.

Nella lunghissima carriera di Tom Cruise ci sono ruoli leggendari, ma negli ultimi decenni l’attore ha quasi esclusivamente legato il suo nome al cinema d’azione. Un percorso straordinario che, pur consacrandolo a icona globale del botteghino, non gli ha mai aperto le porte del tanto agognato premio Oscar (se non quello alla carriera per il suo impegno nei confronti della comunità cinematografica, dell’esperienza filmica e della comunità degli stuntman). Con Digger, Cruise tenta la carta d’autore affidandosi al regista messicano Alejandro González Iñárritu, celebre per aver guidato Leonardo DiCaprio alla sua prima statuetta. Il risultato è un’opera ambiziosa, faticosa e profondamente divisa.

Senza fare spoiler, la sinossi ufficiale traccia i contorni di una catastrofe ambientale imminente di proporzioni bibliche: l’uomo più potente del mondo intraprende una missione disperata per dimostrare di essere il salvatore dell’umanità, prima che il disastro da lui stesso provocato distrugga ogni cosa. Nei panni del magnate petrolifero eccentrico Digger Rockwell, Cruise offre una performance superba. Indossando protesi facciali, una finta pancetta e sfoggiando un marcato accento texano (questa volta è consigliata la visione in lingua originale), l’attore abbandona i panni dell’uomo d’azione per regalarci una masterclass di recitazione, dividendosi tra la preoccupazione per la sua gatta morente Maggie e la gestione di una piattaforma di trivellazione in Groenlandia che minaccia di scatenare contro l’Europa (sì, ci siamo anche noi!) un disastro ambientale epocale.

Il film si regge quasi del tutto sulla forza dei dialoghi e sulla bravura del cast. Iñárritu evita in ogni modo che la scena diventi statica e monotona grazie a movimenti di camera eleganti che donano fluidità a flussi continui di parole. Intorno al protagonista sempre presente sul set ruotano attori di altissimo livello: John Goodman nei panni del Presidente degli Stati Uniti (una chiara caricatura trumpiana attorniata da falchi militari e yes-men), Riz Ahmed nei panni dell’esasperato scienziato Ganesh, Sandra Hüller nel ruolo dell’inferocita sorella Emma.

Le difficoltà di attenzione, tuttavia, sono un problema di difficile soluzione per chi non è abituato ad un film del genere. Seguire la pellicola dall’inizio alla fine risulta a tratti faticoso, soffocato da un vero e proprio fiume di parole. Digger vomita una satira politica efferata e pungente, portando in scena una miscela di toni che richiama vagamente la vena grottesca del Dottor Stranamore. La virata drammatica e un importante colpo di scena — che cambia la prospettiva dell’intera narrazione — rendono la visione stimolante ma spiazzante, capace di dividere drasticamente il pubblico tra chi la amerà alla follia e chi la detesterà.

Digger non è certo il film ideale per i fan abituati ai ritmi vertiginosi di Top Gun o Mission: Impossible, e la sua natura caustica e divisiva potrebbe persino ostacolare la corsa di Cruise verso l’Oscar. Ciononostante, l’audacia della messa in scena e la sincerità degli intenti ecologisti e satirici di Iñárritu lasciano il segno, regalandoci uno dei ritratti più insoliti e coraggiosi della filmografia recente della star.

(Digger di Alejandro González Iñárritu. 2026, USA, dramedy, 128′)