Coyote vs. Acme esce finalmente sul grande schermo dopo un’odissea distributiva e si rivela un film capace di divertire ed emozionare
Nella storia del cinema Chi ha incastrato Roger Rabbit rimane l’incontrastato punto di riferimento per i film a tecnica mista, ovvero tutti quei titoli che uniscono live-action e animazione. Molte pellicole hanno cercato (invano) di catturare quella magia che si era vista nel capolavoro del 1988 di Robert Zemeckis e che avevamo già imparato a conoscere grazie a Mary Poppins e Pomi d’ottone e manici di scopa. Nel 1996 ci provarono già i Looney Tunes – che a quel tempo andavano fortissimo in televisione – protagonisti insieme a Michael Jordan di Space Jam (1996). La pellicola è oggi considerata un vero e proprio cult – soprattutto dagli amanti della pallacanestro – ma non ha raggiunto quel risultato. Oggi, dopo un’odissea lunga tre anni, tocca a Coyote vs. Acme provare a scalfire quel primato.
È estremamente azzeccato che un film incentrato sulla perseveranza contro ogni avversità abbia richiesto tanta tenacia per arrivare in sala. Completato nel 2023, l’opera era stata inizialmente cancellata da Warner per mere ragioni fiscali. Risorto grazie a Ketchup Entertainment che ha acquistato i diritti di distribuzione per il cinema (in Italia grazie a Lucky Red) ascoltando la protesta dei lavoratori e dei fan, Coyote vs Acme è uno dei capitoli dei Looney Tunes più riusciti e merita di essere visto in sala.
Diretto da Dave Green — regista del non memorabile Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra —, il film parte da un’idea davvero geniale: dopo decenni passati a subire ogni sorta di incidente causato dal malfunzionamento dei prodotti Acme, Willy il Coyote decide di fare causa alla multinazionale e trascinarla in tribunale.
L’inizio del film ci avverte subito che dietro il marchio Acme si nasconde qualcosa di ben più oscuro di una semplice fabbrica di oggetti difettosi. La scena di apertura, che coinvolge lo scienziato Dr. Lorre e la sua piccola aiutante Titti, introduce un misterioso complotto industriale che verrà portato alla luce un pezzo alla volta. Subito dopo la cattura dello scienziato, il cambio di scena ci porta in un luogo un po’ più familiare: un deserto roccioso in cui vediamo Willy alle prese con uno dei suoi strampalati piani per catturare il velocissimo Beep Beep.
Tra pattini a propulsione e trappole esplosive, l’ennesimo fallimento spinge il Coyote a dire basta e a rivolgersi a Kevin Avery (Will Forte), un avvocato per cartoni animati da quattro soldi e pieno di debiti. Al suo fianco troviamo la nipote Paige (Lana Condor), entusiasta e intraprendente stagista che intuisce le potenzialità del caso: dimostrare che la Acme ha venduto per decenni prodotti difettosi potrebbe portare la causa fino alla Corte Suprema, dando voce a tutti i cartoni che sono stati danneggiati dalla multinazionale. A difendere il colosso ci pensa l’arrogante avvocato Buddy Crane, interpretato da un fantastico John Cena, abile nel dare spessore a un personaggio grottesco recitato con estrema serietà (un po’ come ha fatto con Peacemaker).
Sul piano visivo, la sfida principale era la resa dei personaggi animati in 3d ideata per imitare il disegno tradizionale. Pur non eguagliando lo stile del disegno a mano, il risultato è ottimo e non si ha mai l’impressione di guardare qualcosa di totalmente “finto” e slegato dalla realtà. Soprattutto, i cartoni animati mantengono intatta la loro peculiare identità. Il coyote resta un disastro su tutti i fronti, perennemente determinato a catturare la sua preda e guidato da una sottile perfidia. Nonostante venga schiacciato, bruciato e fatto esplodere di continuo, conserva quella fragilità che lo rende umano ed è il motivo per cui facciamo il tifo per lui. La scelta di mantenerlo muto si conferma vincente: i suoi cartelli scritti a mano e l’espressività visiva bastano a regalare degli sketch comici divertentissimi, oltre che a comunicare ogni volta il suo stato d’animo.
Il rapporto d’amicizia che si sviluppa tra Willy e Kevin diventa il cuore pulsante della pellicola. Se Kevin è un uomo disilluso che ha smesso di credere nella giustizia (infatti propone sempre ai suoi clienti di patteggiare), il Coyote rappresenta la resilienza più pura: cade, fallisce e si rialza da quasi un secolo. Questo ribaltamento trasforma la storia in una parabola sulla determinazione, dimostrando che fallire mille volte non significa dover smettere di tentare.
La pellicola è piena di citazioni e camei, come Bugs Bunny nel ruolo di un misterioso informatore e un Daffy Duck completamente fuori di testa (più del solito) come vittima degli esperimenti della ACME. Una delle sequenze più riuscite vede il Coyote guidare i protagonisti attraverso un finto tunnel dipinto su un muro (vi ricorda qualcosa?), dove la fotografia di Brandon Trost riesce a integrare perfettamente gli attori in carne e ossa con le scenografie cartunesche.
Il regista Dave Green e la sceneggiatrice Sammy Burch (May December) dimostrano un rispetto profondo per l’universo dei Looney Tunes. Gli effetti visivi rimangono al servizio della narrazione e le tematiche di sottofondo — come il monopolio aziendale e il sopruso verso i più deboli — si inseriscono nella narrazione con estrema naturalezza.
Coyote vs. Acme non punta a scalzare Chi ha incastrato Roger Rabbit dal suo trono, ma riesce in un compito fondamentale: comprendere e valorizzare il motivo per cui questi personaggi continuano ad affascinare il pubblico da quasi un secolo. Willy il Coyote e Kevin continueranno probabilmente a fallire, ma è proprio nella loro ostinata capacità di rialzarsi che risiede la vera magia del film e più in generale della vita.

