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CLAYFACE, la recensione del film DC di James Watkins con Tom Rhys Harries

Riscritto come una star del cinema caduta in disgrazia, l’iconico nemico di Batman è il protagonista di un cinecomic cupo e cruento che punta tutto sulla tragica trasformazione psicofisica

Classificazione: 3.5 su 5.

Sono trascorsi poco più di tre anni da quando James Gunn e il suo fedele amico e collega Peter Safran hanno svelato al mondo il nuovo DC Universe, un piano ambizioso nato per rifondare da zero l’universo cinematografico dei supereroi DC. Fin da subito, uno dei principi fondamentali è apparso chiaro: nessuna omologazione a un tono unico, ma storie modellate su misura per i singoli personaggi. Dopo il successo di Superman, il flop di Supergirl e l’esordio delle prime serie televisive, il DCU è pronto a portare sul grande schermo le origini di uno dei villain meno conosciuti dal grande pubblico.

Clayface, il celebre e mostruoso antagonista di Batman, diventa il protagonista di un film diretto da James Watkins (già regista del deludente remake di Speak No Evil). Tom Rhys Harries interpreta Matt Hagen, un ragazzo emerso dai bassifondi di Gotham e diventato una star di Hollywood. La sua travolgente ascesa subisce tuttavia una brusca frenata quando un boss della malavita lo sfigura orribilmente per punirlo di essere andato a letto con la sua donna. Abbandonato da quello stesso mondo che lo venerava finché il suo volto bucava lo schermo, Hagen decide di sottoporsi a un trattamento sperimentale per tornare quello di prima e sanare così non solo le ferite fisiche, ma anche quelle psicologiche: una profonda depressione gli impedisce infatti di uscire di casa e condurre una vita normale. Se all’inizio la cura sembra funzionare, ben presto il suo corpo comincia letteralmente a perdere consistenza.

La pellicola mantiene la promessa di allontanarsi dalla classica comfort zone dei cinecomic adatti a tutta la famiglia. La sceneggiatura, nata da un soggetto di Mike Flanagan (uno degli autori horror più apprezzati del momento), abbraccia apertamente il genere body horror, prendendo come modello di riferimento La mosca di David Cronenberg per raccontare una trasformazione dolorosa e progressiva. È spaventoso e affascinante vedere il volto del protagonista cedere e cambiare forma, la pelle liquefarsi e le palpebre rischiare di sigillarsi. Vertiginosa, in questo senso, la scena ambientata in aereo dove il protagonista, durante una turbolenza, cerca disperatamente di riaprirsi gli occhi prima con le mani e poi con un paio di forbici. Il vero punto di forza di questa metamorfosi risiede nella scelta registica di non mostrare mai l’aspetto definitivo della creatura, almeno fino alle battute finali del film.

Ci ha convinto molto l’interpretazione di Tom Rhys Harries, al suo primo ruolo importante in carriera. Il suo Matt Hagen è ben caratterizzato e i suoi cambiamenti fisici sono strettamente legati a uno stato d’animo instabile. Prima vittima e poi carnefice, la vendetta del protagonista lo porta a una trasformazione che fino a quel momento credevamo sotto controllo. I poteri che le nano-cellule conferiscono ad Hagen sono incredibili: può rigenerare i tessuti, modellare la propria anatomia, modificare dimensioni e lineamenti, impersonare chi vuole adattando persino la voce, plasmare gli arti in armi letali e accrescere a dismisura massa e forza fisica. Al suo fianco troviamo Naomi Ackie nel ruolo di Caitlyn Corr, la scienziata che cerca di aiutarlo. Il suo personaggio è ben sfruttato ed è funzionale alla narrazione: l’ambiguità del loro rapporto prima dottore paziente e poi forse qualcosa di più intimo è fondamentale per far scattare la feroce reazione di Matt che lo cambierà per sempre.

Il film ci offre uno spaccato generale ma vivido della Gotham del nuovo DCU: una metropoli decadente, soffocata da una giustizia corrotta e dalla criminalità organizzata. Clayface si muove in un ecosistema perfettamente riconoscibile, capace di funzionare a meraviglia persino senza la presenza di Batman o del commissario Gordon.

Il lungometraggio rappresenta una ventata d’aria fresca in un panorama cinematografico ormai del tutto orientato all’intrattenimento per famiglie. Qui il tono si fa cupo, drammatico e viscerale, sorretto da tematiche profonde: l’ossessione personale e sociale per l’aspetto esteriore, la tossicità di un amore non ricambiato, la depressione, una chirurgia estetica invasiva, la fragilità della fama, l’ingiustizia, la vendetta “fai da te”, la solitudine e la spietata gogna mediatica. In fin dei conti, la pellicola racconta semplicemnte la parabola di un ragazzo dal passato difficile che ce l’aveva fatta, ma che a causa di un sopruso sprofonda in un abisso senza fine, fino a trasformarsi nel mostro che la società stessa ha contribuito a creare.

Non mancano alcune piccole sbavature: il risvolto melodrammatico con la dottoressa appare a tratti forzato e poco organico, la figura del mafioso (molto vicina ai cliché del Pinguino) risulta fin troppo macchiettistica e la CGI mostra qualche incertezza nelle scene di trasformazione più complesse. Ciononostante, il film funziona, sorretto da un ritmo costante e da scene autoriali di grandissimo impatto — al punto che, almeno un paio di volte, si distoglie lo sguardo per la forte carica emotiva e visiva. Se questi sono i presupposti della nuova visione di Gunn per un pubblico più maturo, non vediamo l’ora di scoprire come verranno portati sul grande schermo gli altri antagonisti meno famosi di Batman.

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(Clayface di James Watkins. 2026, body horror, USA, 108′)