CLARA, la tragedia di Mawda e il racconto di come le politiche migratorie europee diventano corpi e volti

Clara (L’enfant bélier), il nuovo film della regista Marta Bergman, arriva nelle sale italiane il 7 maggio distribuito da Cineclub Internazionale Distribuzione. Non è un’opera che si limita a documentare un fatto di cronaca, né cerca di risolvere con una morale rassicurante uno dei dilemmi più profondi dell’Europa contemporanea. È, piuttosto, un tentativo di dare un volto e un corpo a ciò che solitamente finisce confinato nelle brevi di cronaca o nei numeri delle statistiche migratorie.

Al centro della storia ci sono Sara e Adam. Con loro c’è la figlia di due anni, Clara, che dà il titolo al film. Sono partiti dalla Siria, hanno attraversato frontiere e ora si trovano in Belgio, stipati nel retro di un furgone nel tentativo di raggiungere l’Inghilterra. Dall’altra parte della barricata c’è Redouane, un poliziotto con vent’anni di servizio alle spalle che pattuglia le autostrade belghe a caccia di trafficanti. La notte in cui queste traiettorie si incrociano, un inseguimento della polizia finisce in tragedia.

Il punto di partenza è un evento reale accaduto nel maggio 2018, quando una bambina curdo-irachena di due anni, Mawda Shawri, fu uccisa da un proiettile sparato dalla polizia belga durante l’inseguimento di un furgone che trasportava migranti. Quell’episodio scosse profondamente l’opinione pubblica europea, aprendo un dibattito durissimo sull’uso della forza e sulla gestione dei confini.

Marta Bergman, già nota per Sola al mio matrimonio, sceglie di non fare un instant-movie didascalico. La scelta stilistica è quella di un racconto quasi interamente notturno, dove la macchina da presa sta vicina ai personaggi, ai loro respiri e alla loro paura fisica. «Non volevo raccontare “i migranti” o “la polizia” come categorie astratte», ha spiegato la regista, «volevo entrare nei loro desideri e nelle loro contraddizioni».

L’approccio del film è quello del cinema civile che però non rinuncia alla tensione narrativa. Bergman mette in scena un sistema che sembra più grande dei singoli individui: da una parte una famiglia che cerca una possibilità di futuro, dall’altra un uomo in uniforme che esegue un protocollo di sicurezza. Il film evita il giudizio facile e preferisce la complessità, mostrando come la violenza possa scaturire anche da ingranaggi burocratici e politici che hanno smesso di considerare l’umanità come priorità.

Anche per questo motivo, il film ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia. Nella motivazione si legge come le persone migranti siano spesso trattate come «cavie su cui sperimentare politiche repressive» per ottenere consenso elettorale, mentre per i trafficanti rappresentano solo denaro. In questo «gioco cinico», Clara e i suoi genitori sono le vittime finali.

Nonostante il peso del tema e la tragicità degli eventi, il film cerca di preservare una dimensione intima. C’è la quotidianità fatta di piccoli gesti, di tenerezza tra genitori e figli, di una resistenza che passa per i dettagli più fragili. Come ha osservato Ken Loach commentando la vicenda reale: «Sono le persone più povere e vulnerabili che possiamo immaginare». Clara prova a restituire loro una dignità narrativa, trasformando un tragico fatto di cronaca in una riflessione universale sul rapporto tra sicurezza, legge e responsabilità morale.