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		<title>STREET FIGHTER, la recensione del nuovo film sul famoso picchiaduro di Capcom</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 13:37:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tanto fanservice e poche idee: quando il cinema si limita a premere tasti a casaccio Ci siamo approcciati al nuovo adattamento cinematografico di Street Fighter con grande entusiasmo: avevamo voglia di divertirci e di vedere finalmente ricreato sul grande schermo quel fantastico universo di combattenti. Personaggi iconici provenienti da ogni angolo del mondo, ciascuno con...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Tanto fanservice e poche idee: quando il cinema si limita a premere tasti a casaccio</h3>


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<p class="wp-block-paragraph">Ci siamo approcciati al nuovo adattamento cinematografico di <em>Street Fighter</em> con grande entusiasmo: avevamo voglia di divertirci e di vedere finalmente ricreato sul grande schermo quel fantastico universo di combattenti. Personaggi iconici provenienti da ogni angolo del mondo, ciascuno con caratteristiche uniche e con quelle mosse speciali che per anni abbiamo cercato di eseguire premendo a caso i tasti del joystick. Purtroppo, però, non siamo usciti dal cinema pienamente soddisfatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film parte alla grande, regalandoci una scena animata di altissimo livello che cattura fin da subito l&#8217;attenzione e ricrea le atmosfere e le sensazioni del videogioco. Subito dopo inizia la parte in live-action, che introduce i protagonisti Ryu e Ken in due momenti delle loro vite complicati. I due non si vedono più da anni e il loro rapporto fraterno si è spezzato in seguito alla morte del maestro Gouken per mano di suo fratello Akuma. Oggi Ken non è più il combattente di un tempo: si è trasformato in una star dei social ed è diventato una barzelletta per gli altri lottatori. Ryu, invece, è del tutto scomparso dai radar e ha smesso di combattere per reprimere il proprio lato oscuro che usciva fuori quando combatteva al massimo. I due si ritrovano in occasione del nuovo <em>World Warrior Tournament</em> organizzato da Bison, il cui vero obiettivo è di impossessarsi della forza combattiva di Ryu per diventare ancora più potente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vogliamo fare i pignoli sulla trama: sarebbe ingiusto, considerando che la storia serve chiaramente come semplice pretesto per far combattere tra loro i vari personaggi iconici del videogioco — tutti ben caratterizzati, pettinati e vestiti di tutto punto, ognuno con le proprie mosse speciali e la propria personalità. Purtroppo, però, le scene action e le coreografie non regalano la stessa soddisfazione del videogioco, fatta eccezione per lo scontro con Honda e per le scene animate, che rimangono indubbiamente la parte migliore del film.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad appesantire la visione intervengono diverse scelte sfortunate. Al fianco di Ken troviamo un fastidioso personaggio che gli fa da spalla comica e che ogni due secondi sfoggia battute banali di cui il film non ha certo bisogno, considerato che Ken è già abbastanza ridicolo. Stessa cosa per il presentatore del torneo che ha un minutaggio inspiegabilmente elevato. Veniamo infine alla nota più dolente: Bison. Nel film del 1994 il personaggio era interpretato da Raúl Juliá e incuteva un certo timore grazie a una presenza scenica imponente. In questo adattamento il ruolo è affidato a David Dastmalchian — attore solitamente bravissimo che qui fallisce nel valorizzare quello che è il cattivo più iconico della storia dei videogiochi. Un vero peccato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sceneggiatura avrebbe fatto meglio a concentrarsi su pochi elementi anziché accumulare carne al fuoco senza mai approfondire nulla. Un&#8217;altra nota stonata riguarda le arene e le ambientazioni dei combattimenti: una delle caratteristiche simbolo del videogioco è proprio la varietà di location suggestive in giro per il mondo; qui, invece, a parte la bellissima parentesi animata ambientata in Thailandia, le battaglie si svolgono in luoghi vuoti e del tutto privi di carattere. E anche l&#8217;arena principale dove si svolgono gli scontri del torneo è a dir poco anonima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutto è da buttare. Come anticipato, le sequenze animate — per quanto poche — sono visivamente splendide e le fatality dei vari personaggi sono riprodotte in modo convincente. Inoltre per alleggerire la durata della pellicola si sarebbero potute fare scelte più mirate sullo script: magari soffermandosi di più sul passato di Ryu e Ken e sul legame con il loro maestro, oppure evitando di mostrare Bison fin da subito, lasciando spazio ai suoi tirapiedi per poi svelarne l&#8217;identità soltanto nei post-credit o in un eventuale sequel. I fan più accaniti potrebbero persino considerarlo un buon adattamento grazie ai numerosi easter egg e agli omaggi alla saga, ma le trasposizioni cinematografiche fatte bene sono altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il film ha una scena post-credit dopo i titoli di coda.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>Street Fighter</em> di Kitao Sakurai. 2026, azione, USA, 119&#8242;)</h4>



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		<title>THE SOCIAL: IL PREZZO DELLA VERITÀ, la recensione del film di Aaron Sorkin</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/the-social-il-prezzo-della-verita-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[moviedigger]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 13:02:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dietro le quinte dei Facebook Files: un thriller politico attualissimo ma soffocato da un registro linguistico troppo tecnico A quindici anni di distanza dal racconto delle origini della piattaforma che ha rivoluzionato Internet e le relazioni umane, il cinema torna a varcare le porte della Silicon Valley per esplorarne i lati oscuri. A firmare questa...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Dietro le quinte dei <em>Facebook Files</em>: un thriller politico attualissimo ma soffocato da un registro linguistico troppo tecnico</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph">A quindici anni di distanza dal racconto delle origini della piattaforma che ha rivoluzionato Internet e le relazioni umane, il cinema torna a varcare le porte della Silicon Valley per esplorarne i lati oscuri. A firmare questa &#8220;inchiesta&#8221; in <em>The Social: Il prezzo della verità</em> è Aaron Sorkin — già premiato con l&#8217;Oscar alla miglior sceneggiatura non originale nel 2011 proprio per <em>The Social Network</em> —, che qui decide di cimentarsi anche nella regia. La pellicola ambisce a replicare la tensione morale del capolavoro del 2010, ma finisce per rimanere intrappolata tra le maglie di un registro linguistico fin troppo tecnico e formale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film si concentra su un capitolo cruciale e drammatico della storia recente di Internet: la fuga di notizie dei cosiddetti <em>Facebook Files</em> nel 2021, svelata al mondo grazie all&#8217;inchiesta del <em>Wall Street Journal</em> condotta dal giornalista investigativo Jeff Horwitz sulla base delle rivelazioni dell&#8217;analista interna a Facebook Frances Haugen. Sorkin allarga lo sguardo rispetto al passato, inserendo nella sceneggiatura persino l&#8217;assalto al Campidoglio del 6 gennaio, nel tentativo di restituire il quadro di una democrazia messa sotto scacco dagli sciagurati algoritmi dei social network che danno maggiore visibilità alle notizie false e ai messaggi di odio e violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il baricentro emotivo della pellicola poggia interamente sulle spalle dell’attrice Premio Oscar Mikey Madison. La sua interpretazione dell&#8217;ingegnera tormentata dai sensi di colpa (lei ama il suo lavoro e la missione di FB) e spinta a compiere un passo irreversibile è vibrante, misurata e dotata di una fortissima umanità. È difficile non empatizzare con lei. Fa da perfetto contraltare la performance di Jeremy Allen White nei panni del giornalista investigativo Jeff Horwitz, un professionista tenace, riflessivo e al contempo smarrito. Di segno opposto la prova di Jeremy Strong nel ruolo di Mark Zuckerberg, CEO di Meta: la sua interpretazione di un amministratore delegato glaciale, quasi un automa privo di sfumature psicologiche, risulta un po&#8217; sottotono e finisce per appiattire la figura del co-fondatore di Facebook. Sarebbe stato preferibile un personaggio più sfaccettato, non tanto per renderlo simpatico agli occhi dello spettatore, quanto per conferire maggiore ambiguità e drammaticità alle sue scelte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Funziona molto bene, sul piano squisitamente formale e del montaggio, la scelta di adottare una struttura a specchio. La narrazione si muove agilmente tra il passato — i mesi tesi e rischiosi in cui l&#8217;inchiesta giornalistica prendeva forma lontano dai riflettori — e il presente istituzionale, segnato dalle imbarazzanti prove delle audizioni congressuali in cui Zuckerberg recita un copione già scritto, a un passo dal clamoroso cambio di nome dell&#8217;azienda in Meta per sterilizzare la crisi reputazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero tallone d&#8217;Achille del film risiede tuttavia nella scrittura dei dialoghi, in cui Sorkin mostra il fianco a una deriva didascalica e farraginosa. L&#8217;utilizzo continuo di tecnicismi informatici e concettuali su come funzionano i social non si limita a fare da sfondo, ma satura interi botta e risposta tra la protagonista e il giornalista (stemperati di tanto in tanto da un po&#8217; di sano sarcasmo). Sebbene la sceneggiatura provi a usare Horwitz come alter ego dello spettatore — costretto a farsi spiegare ogni singolo passaggio tecnico in quanto a digiuno di nozioni avanzate di ingegneria dei dati —, questo espediente finisce per inceppare gli ingranaggi del thriller, rallentando il ritmo e appesantendo la durata complessiva del film. Ci si poteva aspettare un registro meno ingessato e più accessibile, specie considerando la natura cinematografica e non saggistica del progetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là dei limiti di sceneggiatura, la forza di <em>The Social: Il prezzo della verità</em> risiede nella bruciante attualità dei temi trattati. La pellicola fotografa con lucidità il cortocircuito etico di corporazioni tecnologiche nate con l&#8217;idealistico intento di connettere il mondo, ma degenerate in ciniche macchine da profitto, consapevoli dei danni provocati dai loro algoritmi alla salute mentale e alla stabilità psicologica dei minori. È una denuncia che si spinge oltre lo schermo e trova conferme nella cronaca recente, segnata da pesanti accordi miliardari siglati da Meta con decine di Stati americani per presunta induzione alla dipendenza nei più giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel tirare le somme, questo ideale sequel non entrerà di diritto nel pantheon dei grandi thriller politici della storia del cinema. Sconta l&#8217;inevitabile limite di raccontare una verità ancora in divenire: una piccola porzione di un ecosistema digitale immenso e tentacolare che i governi di tutto il mondo stanno provando faticosamente a regolamentare (talvolta ricorrendo a soluzioni estreme, come il divieto d&#8217;uso dei social per gli adolescenti). Ciononostante, il film assolve a un compito civile imprescindibile: ricordare che dietro la retorica della libertà di espressione sventolata dai colossi della Silicon Valley si celano strategie spregiudicate, concepite per monetizzare l&#8217;odio, la polarizzazione e il disagio sociale. E sarà interessante fare un confronto quando uscirà <em>Artificial</em> di Luca Guadagnino, dedicato al mondo dell&#8217;Intelligenza Artificiale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>The Social: Il prezzo della verità</em> di Aaron Sorkin. 2026, thriller, USA, 112&#8242;)</h4>



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		<title>L&#8217;ESTRANEA, la recensione del nuovo film di Paolo Strippoli</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/lestranea-recensione/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 07:48:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un thriller psicologico fantastico che ispeziona al microscopio una famiglia borghese e il suo dramma, candidato dell&#8217;Italia agli Oscar ma frenato da una scrittura a tratti didascalica Dopo il successo de La valle dei sorrisi, il nuovo film di Paolo Strippoli, L’Estranea, si presenta al pubblico italiano &#8211; dall&#8217;8 ottobre al cinema &#8211; con una...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Un thriller psicologico fantastico che ispeziona al microscopio una famiglia borghese e il suo dramma, candidato dell&#8217;Italia agli Oscar ma frenato da una scrittura a tratti didascalica</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo il successo de <em><a href="https://www.moviedigger.it/la-valle-dei-sorrisi/" data-type="post" data-id="79534">La valle dei sorrisi</a></em>, il nuovo film di Paolo Strippoli, <em>L’Estranea</em>, si presenta al pubblico italiano &#8211; dall&#8217;8 ottobre al cinema &#8211; con una certa ambizione e, soprattutto, aspettative molto alte. Selezionato per rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar nella sezione per il miglior film internazionale, il quarto lungometraggio del giovane regista conferma la sua vocazione per un cinema perturbante e d&#8217;atmosfera, capace di unire una componente fantastica a una feroce radiografia del microcosmo familiare, senza rinunciare a un severo esame morale personale e collettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia si apre in una Roma sferzata da un nubifragio, dove Anna (Jasmine Trinca) irrompe improvvisamente nella vita della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano), studentessa di moda trasferitasi da Bari proprio per allontanarsi dalla madre. Non è una visita di cortesia, ma l&#8217;inizio di una confessione drammatica che si snoda attraverso una struttura a capitoli, riavvolgendo il nastro fino al 1999. In quell&#8217;anno, la famiglia Colonna viveva nell&#8217;idillio dorato di una villa con piscina, sostenuta dal successo del capofamiglia Walter (Adriano Giannini). L&#8217;armonia si spezza durante una festa in giardino, quando la piccola Alice rischia di perdere una gamba per un incidente domestico. Anna, impaurita dalla prospettiva di un futuro incerto per sua figlia, inizia a pregare la Madonna nella cappella dell’ospedale, dove incontra una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi): l’estranea, decisamente inquietante, è pronta a offrire la salvezza alla figlia in cambio di un patto scellerato. Spinta dalla disperazione, Anna accetta l’accordo e, da quel momento, l&#8217;ascesa sociale e l&#8217;apparente perfezione della famiglia si trasformano in una discesa agli inferi che sembra non avere fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I pregi dell&#8217;operazione risiedono anzitutto nella coerenza autoriale di Strippoli e nella sua solida conoscenza del genere che mixa in modo egregio il dramma familiare, il thriller psicologico e il fanta-horror estremo. A livello visivo più che narrativo il film funziona molto bene: la regia sfrutta gli elementi atmosferici — dal sole accecante della prima parte alla pioggia torrenziale del presente — come veri e propri detonatori dei traumi familiari pronti ad esplodere. Il comparto sonoro è un elemento imprescindibile che accentua il simbolismo e le svolte negative della storia. I protagonisti sono tutti sul pezzo: Jasmine Trinca offre un&#8217;interpretazione schizofrenica nei panni di una madre ossessiva, che trasmette a sua figlia i propri sogni di gioventù, mentre Valeria Bruni Tedeschi regala alla pellicola un tocco grottesco di rara efficacia, capace di oscillare tra la paura e una sottile ironia che strappa più di qualche sorriso. Anche Giannini sfodera un&#8217;ottima performance nei panni di un padre esigente e poco incline al dialogo con gli altri componenti della famiglia, in un contesto in cui l’apparenza e il successo lavorativo sono tutto. Nelle scene più spettacolari, soprattutto nell&#8217;epilogo apocalittico, il talento visivo del regista esplode con forza, confermando una padronanza non comune degli effetti speciali e della messa in scena, degna dei migliori film di genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mancano tuttavia alcuni difetti che rendono il risultato al di sotto delle aspettative, a dire il vero, molto alte. Rispetto alla fluidità, alla tensione e alle ambientazioni de <em>La valle dei sorrisi</em>, <em>L&#8217;Estranea</em> mostra il fianco a una certa schematicità nella scrittura, firmata da Strippoli insieme a Salvatore De Chirico. In diversi passaggi, la storia si affida a concetti didascalici fin troppo marcati, tra suoni traumatici insistiti, movimenti di macchina frenetici e una rappresentazione visiva della &#8220;spirale&#8221; che rischia di sottolineare eccessivamente concetti già chiari allo spettatore. Si avverte inoltre il peso di un compromesso produttivo: l&#8217;esigenza di confezionare un prodotto di più ampio respiro porta talvolta a derive un po&#8217; convenzionali, sfiorando involontariamente la parodia nei toni più melodrammatici della prima ora, quasi a ricordare il cinema patinato di Muccino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, <em>L&#8217;Estranea</em> rimane una pellicola coraggiosa e stimolante, un thriller psicologico che fotografa la mostruosità antropologica di una borghesia ripiegata su se stessa incapace di affrontare il dolore. Pur mostrando il fianco a qualche asprezza e a un&#8217;iniziale macchinosità strutturale, il film di Strippoli conferma la vitalità di un autore che non teme di sperimentare e che sa imporre una voce decisamente &#8220;estranea&#8221; e necessaria nel panorama del cinema italiano attuale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>L&#8217;estranea</em> di Paolo Strippoli. 2026, thriller psicologico, Italia, 115&#8242;)</h4>



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		<title>PRIMETIME, la recensione del film di Lance Oppenheim con Robert Pattinson</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 08:18:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il fascino disturbante del giudizio televisivo e la trappola interiore del voyeurismo mediatico Dopo la première mondiale alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, che ha consacrato con 9 minuti di applausi l’interpretazione del protagonista come una delle sue migliori di sempre, Primetime di Lance Oppenheim si prepara all&#8217;uscita nelle sale italiane il 15 ottobre distribuito...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Il fascino disturbante del giudizio televisivo e la trappola interiore del voyeurismo mediatico</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo la première mondiale alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, che ha consacrato con 9 minuti di applausi l’interpretazione del protagonista come una delle sue migliori di sempre, <strong><em>Primetime</em></strong> di Lance Oppenheim si prepara all&#8217;uscita nelle sale italiane il 15 ottobre distribuito da I Wonder Pictures. Sulla carta il film si presenta come una riflessione affascinante, capace di catturare il clima torbido e permissivo nel mondo dell&#8217;intrattenimento televisivo dei primi anni 2000, tra il sibilo dei modem dial-up e il ronzio delle videocassette VHS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pellicola racconta la parabola del giornalista Chris Hansen e del controverso format di Dateline NBC To Catch a Predator, un programma televisivo che attraverso operazioni sotto copertura e telecamere nascoste smascherava in diretta tv presunti predatori sessuali colti sul fatto. Mentre lo show diventa un fenomeno nazionale che spettacolarizza oltremodo una situazione così drammatica, <strong><em>Primetime</em></strong> solleva interrogativi cruciali su come la televisione sia diventata il nuovo arbitro della giustizia collettiva, trasformando il confine tra cronaca, intrattenimento e voyeurismo televisivo in un cortocircuito sempre più ambiguo e insostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, il principale limite della pellicola risiede proprio nella sua struttura narrativa e nell&#8217;impostazione registica, a tratti documentaristica: Oppenheim, al suo esordio in un vero e proprio film dopo un passato proprio nel documentario, fatica a imprimere una vera spinta emozionale alla storia che consenta allo spettatore di empatizzare con le vittime o disprezzare veramente il pedofilo. I personaggi secondari — dalla produttrice Andie Bender (interpretata da Merritt Wever) alle giovani comparse &#8220;esca&#8221; impersonate da Skyler Gisondo e dalla cantautrice Phoebe Bridgers — rimangono spesso bidimensionali, schiacciati da una sceneggiatura firmata da Ajon Singh che si limita a giudicarli dall&#8217;alto senza approfondirne davvero la psicologia e le reali motivazioni che li spingono a mettere a rischio la loro salute mentale e fisica. L&#8217;operazione finisce per risultare a tratti un po&#8217; fredda e prevedibile, ricordando da vicino un esercizio di stile sul cinismo mediatico già visto in opere ben più taglienti come <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lo_sciacallo_-_Nightcrawler">Nightcrawler</a></em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A salvare <strong><em>Primetime</em></strong> dal rischio della superficialità e dall&#8217;indifferenza è soprattutto la prova collettiva del cast. Merritt Wever si conferma straordinaria nel rendere il cinismo e la disinvolta abilità manipolatoria richiesta dal suo ruolo da producer del programma, mentre Phoebe Bridgers sorprende con una naturalezza inaspettata al debutto cinematografico. Ma il vero punto di forza del film resta Robert Pattinson, qui coinvolto anche in veste di produttore. Pattinson regala un&#8217;interpretazione intensa, maligna e disturbante: il suo Hansen è un conduttore ambizioso, disposto a sacrificare la famiglia e travalicare ogni confine etico e morale pur di dominare gli ascolti del palinsesto serale e regalare &#8220;sangue fresco&#8221; al pubblico del <strong><em>Primetime</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutto questo, il contributo in produzione di figure del calibro di Ari Aster e una regia e una fotografia esteticamente accattivanti, <strong><em>Primetime</em></strong> si arena spesso su una superficie patinata e lascia il dubbio se fosse stato meglio guardare un vero documentario sulla vicenda. Resta senz&#8217;altro un valido racconto cinematografico sul potere dei media e sulla spettacolarizzazione del male, ma lascia lo spettatore con una sensazione di vuoto emotivo che svanisce appena uscito dalla sala.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>Primetime</em> di Lance Oppenheim, 2026, drammatico, USA, 110&#8242;)</h4>



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		<title>DIGGER, la recensione del film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/digger-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[moviedigger]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 09:20:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il divo di Hollywood si spoglia dei panni dello stuntman per affidarsi al regista messicano in una satira politica e ambientalista feroce e divisiva Nella lunghissima carriera di Tom Cruise ci sono ruoli leggendari, ma negli ultimi decenni l&#8217;attore ha quasi esclusivamente legato il suo nome al cinema d&#8217;azione. Un percorso straordinario che, pur consacrandolo...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Il divo di Hollywood si spoglia dei panni dello stuntman per affidarsi al regista messicano in una satira politica e ambientalista feroce e divisiva</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph">Nella lunghissima carriera di Tom Cruise ci sono ruoli leggendari, ma negli ultimi decenni l&#8217;attore ha quasi esclusivamente legato il suo nome al cinema d&#8217;azione. Un percorso straordinario che, pur consacrandolo a icona globale del botteghino, non gli ha mai aperto le porte del tanto agognato premio Oscar (se non quello alla carriera per il suo impegno nei confronti della comunità cinematografica, dell&#8217;esperienza filmica e della comunità degli stuntman). Con <em>Digger</em>, Cruise tenta la carta d&#8217;autore affidandosi al regista messicano Alejandro González Iñárritu, celebre per aver guidato Leonardo DiCaprio alla sua prima statuetta. Il risultato è un&#8217;opera ambiziosa, faticosa e profondamente divisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza fare spoiler, la sinossi ufficiale traccia i contorni di una catastrofe ambientale imminente di proporzioni bibliche: l’uomo più potente del mondo intraprende una missione disperata per dimostrare di essere il salvatore dell’umanità, prima che il disastro da lui stesso provocato distrugga ogni cosa. Nei panni del magnate petrolifero eccentrico Digger Rockwell, Cruise offre una performance superba. Indossando protesi facciali, una finta pancetta e sfoggiando un marcato accento texano (questa volta è consigliata la visione in lingua originale), l&#8217;attore abbandona i panni dell&#8217;uomo d&#8217;azione per regalarci una masterclass di recitazione, dividendosi tra la preoccupazione per la sua gatta morente Maggie e la gestione di una piattaforma di trivellazione in Groenlandia che minaccia di scatenare contro l&#8217;Europa (sì, ci siamo anche noi!) un disastro ambientale epocale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film si regge quasi del tutto sulla forza dei dialoghi e sulla bravura del cast. Iñárritu evita in ogni modo che la scena diventi statica e monotona grazie a movimenti di camera eleganti che donano fluidità a flussi continui di parole. Intorno al protagonista sempre presente sul set ruotano attori di altissimo livello: John Goodman nei panni del Presidente degli Stati Uniti (una chiara caricatura trumpiana attorniata da falchi militari e yes-men), Riz Ahmed nei panni dell&#8217;esasperato scienziato Ganesh, Sandra Hüller nel ruolo dell&#8217;inferocita sorella Emma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le difficoltà di attenzione, tuttavia, sono un problema di difficile soluzione per chi non è abituato ad un film del genere. Seguire la pellicola dall&#8217;inizio alla fine risulta a tratti faticoso, soffocato da un vero e proprio fiume di parole. <em>Digger</em> vomita una satira politica efferata e pungente, portando in scena una miscela di toni che richiama vagamente la vena grottesca del <em>Dottor Stranamore</em>. La virata drammatica e un importante colpo di scena — che cambia la prospettiva dell&#8217;intera narrazione — rendono la visione stimolante ma spiazzante, capace di dividere drasticamente il pubblico tra chi la amerà alla follia e chi la detesterà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Digger non è certo il film ideale per i fan abituati ai ritmi vertiginosi di <em>Top Gun</em> o <em>Mission: Impossible</em>, e la sua natura caustica e divisiva potrebbe persino ostacolare la corsa di Cruise verso l&#8217;Oscar. Ciononostante, l&#8217;audacia della messa in scena e la sincerità degli intenti ecologisti e satirici di Iñárritu lasciano il segno, regalandoci uno dei ritratti più insoliti e coraggiosi della filmografia recente della star.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>Digger</em> di Alejandro González Iñárritu. 2026, USA, dramedy, 128&#8242;)</h4>



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		<title>COYOTE VS ACME, la recensione del film a tecnica mista con i Looney Tunes</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/coyote-vs-acme-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[moviedigger]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 07:39:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Coyote vs. Acme esce finalmente sul grande schermo dopo un&#8217;odissea distributiva e si rivela un film capace di divertire ed emozionare Nella storia del cinema Chi ha incastrato Roger Rabbit rimane l&#8217;incontrastato punto di riferimento per i film a tecnica mista, ovvero tutti quei titoli che uniscono live-action e animazione. Molte pellicole hanno cercato (invano)...</p>
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<h3 class="wp-block-heading"><em>Coyote vs. Acme</em> esce finalmente sul grande schermo dopo un&#8217;odissea distributiva e si rivela un film capace di divertire ed emozionare</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Nella storia del cinema <em>Chi ha incastrato Roger Rabbit</em> rimane l&#8217;incontrastato punto di riferimento per i film a tecnica mista, ovvero tutti quei titoli che uniscono live-action e animazione. Molte pellicole hanno cercato (invano) di catturare quella magia che si era vista nel capolavoro del 1988 di Robert Zemeckis e che avevamo già imparato a conoscere grazie a <em>Mary Poppins</em> e <em>Pomi d&#8217;ottone e manici di scopa</em>. Nel 1996 ci provarono già i Looney Tunes &#8211; che a quel tempo andavano fortissimo in televisione &#8211; protagonisti insieme a Michael Jordan di <em>Space Jam </em>(1996). La pellicola è oggi considerata un vero e proprio cult &#8211; soprattutto dagli amanti della pallacanestro &#8211; ma non ha raggiunto quel risultato. Oggi, dopo un’odissea lunga tre anni, tocca a <em>Coyote vs. Acme</em> provare a scalfire quel primato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È estremamente azzeccato che un film incentrato sulla perseveranza contro ogni avversità abbia richiesto tanta tenacia per arrivare in sala. Completato nel 2023, l&#8217;opera era stata inizialmente cancellata da Warner per mere ragioni fiscali. Risorto grazie a Ketchup Entertainment che ha acquistato i diritti di distribuzione per il cinema (in Italia grazie a Lucky Red) ascoltando la protesta dei lavoratori e dei fan, <em>Coyote vs Acme</em> è uno dei capitoli dei Looney Tunes più riusciti e merita di essere visto in sala.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diretto da Dave Green — regista del non memorabile <em>Tartarughe Ninja &#8211; Fuori dall&#8217;ombra</em> —, il film parte da un&#8217;idea davvero geniale: dopo decenni passati a subire ogni sorta di incidente causato dal malfunzionamento dei prodotti Acme, Willy il Coyote decide di fare causa alla multinazionale e trascinarla in tribunale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;inizio del film ci avverte subito che dietro il marchio Acme si nasconde qualcosa di ben più oscuro di una semplice fabbrica di oggetti difettosi. La scena di apertura, che coinvolge lo scienziato Dr. Lorre e la sua piccola aiutante Titti, introduce un misterioso complotto industriale che verrà portato alla luce un pezzo alla volta. Subito dopo la cattura dello scienziato, il cambio di scena ci porta in un luogo un po&#8217; più familiare: un deserto roccioso in cui vediamo Willy alle prese con uno dei suoi strampalati piani per catturare il velocissimo Beep Beep.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra pattini a propulsione e trappole esplosive, l&#8217;ennesimo fallimento spinge il Coyote a dire basta e a rivolgersi a Kevin Avery (Will Forte), un avvocato per cartoni animati da quattro soldi e pieno di debiti. Al suo fianco troviamo la nipote Paige (Lana Condor), entusiasta e intraprendente stagista che intuisce le potenzialità del caso: dimostrare che la Acme ha venduto per decenni prodotti difettosi potrebbe portare la causa fino alla Corte Suprema, dando voce a tutti i cartoni che sono stati danneggiati dalla multinazionale. A difendere il colosso ci pensa l&#8217;arrogante avvocato Buddy Crane, interpretato da un fantastico John Cena, abile nel dare spessore a un personaggio grottesco recitato con estrema serietà (un po&#8217; come ha fatto con <em>Peacemaker</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano visivo, la sfida principale era la resa dei personaggi animati in 3d ideata per imitare il disegno tradizionale. Pur non eguagliando lo stile del disegno a mano, il risultato è ottimo e non si ha mai l&#8217;impressione di guardare qualcosa di totalmente &#8220;finto&#8221; e slegato dalla realtà. Soprattutto, i cartoni animati mantengono intatta la loro peculiare identità. Il coyote resta un disastro su tutti i fronti, perennemente determinato a catturare la sua preda e guidato da una sottile perfidia. Nonostante venga schiacciato, bruciato e fatto esplodere di continuo, conserva quella fragilità che lo rende umano ed è il motivo per cui facciamo il tifo per lui. La scelta di mantenerlo muto si conferma vincente: i suoi cartelli scritti a mano e l&#8217;espressività visiva bastano a regalare degli sketch comici divertentissimi, oltre che a comunicare ogni volta il suo stato d&#8217;animo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto d&#8217;amicizia che si sviluppa tra Willy e Kevin diventa il cuore pulsante della pellicola. Se Kevin è un uomo disilluso che ha smesso di credere nella giustizia (infatti propone sempre ai suoi clienti di patteggiare), il Coyote rappresenta la resilienza più pura: cade, fallisce e si rialza da quasi un secolo. Questo ribaltamento trasforma la storia in una parabola sulla determinazione, dimostrando che fallire mille volte non significa dover smettere di tentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pellicola è piena di citazioni e camei, come Bugs Bunny nel ruolo di un misterioso informatore e un Daffy Duck completamente fuori di testa (più del solito) come vittima degli esperimenti della ACME. Una delle sequenze più riuscite vede il Coyote guidare i protagonisti attraverso un finto tunnel dipinto su un muro (vi ricorda qualcosa?), dove la fotografia di Brandon Trost riesce a integrare perfettamente gli attori in carne e ossa con le scenografie cartunesche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il regista Dave Green e la sceneggiatrice Sammy Burch (<em>May December</em>) dimostrano un rispetto profondo per l&#8217;universo dei Looney Tunes. Gli effetti visivi rimangono al servizio della narrazione e le tematiche di sottofondo — come il monopolio aziendale e il sopruso verso i più deboli — si inseriscono nella narrazione con estrema naturalezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Coyote vs. Acme</em> non punta a scalzare <em>Chi ha incastrato Roger Rabbit</em> dal suo trono, ma riesce in un compito fondamentale: comprendere e valorizzare il motivo per cui questi personaggi continuano ad affascinare il pubblico da quasi un secolo. Willy il Coyote e Kevin continueranno probabilmente a fallire, ma è proprio nella loro ostinata capacità di rialzarsi che risiede la vera magia del film e più in generale della vita.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>Coyote vs Acme</em>, di Dave Green. 2026, commedia, USA, 103&#8242;)</h4>



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		<title>LA FINE DI OAK STREET, la recensione del film di David Robert Mitchell con Anne Hathaway e Ewan McGregor</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/la-fine-di-oak-street-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[moviedigger]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:02:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>David Robert Mitchell porta in sala un blockbuster estivo senza troppe pretese, sospeso tra nostalgia spielbergiana e anomalie spazio-temporali In un’estate da record per le sale cinematografiche — segnata dai numeri da capogiro di Odissea e Spider-Man: Brand New Day (entrambi ben oltre il miliardo d’incasso) —, la seconda metà di agosto accoglie sul grande...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">David Robert Mitchell porta in sala un blockbuster estivo senza troppe pretese, sospeso tra nostalgia spielbergiana e anomalie spazio-temporali</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph">In un’estate da record per le sale cinematografiche — segnata dai numeri da capogiro di <em>Odissea</em> e <em>Spider-Man: Brand New Day</em> (entrambi ben oltre il miliardo d’incasso) —, la seconda metà di agosto accoglie sul grande schermo il primo blockbuster diretto da David Robert Mitchell: <em>La fine di Oak Street</em>. C’è un momento preciso nella storia del cinema in cui i dinosauri hanno smesso di appartenere soltanto ai libri di testo per trasformarsi in uno dei motori narrativi più potenti della settima arte. Se la fantascienza ha da sempre giustificato la loro presenza richiamando la genetica o qualche pianeta sperduto nello spazio, la nuova opera del regista di <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/It_Follows">It Follows</a></em> sceglie una strada altrettanto fantasiosa ma decisamente originale: le anomalie spazio-temporali. Quando un misterioso evento cosmico sradica Oak Street dalla periferia e trasporta l’intero quartiere in un luogo sconosciuto, la famiglia Platt si rende conto che la propria sopravvivenza dipenderà unicamente dalla capacità di restare unita in un ambiente ormai irriconoscibile e ostile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A cinquantuno anni e con soli tre lungometraggi all&#8217;attivo nell&#8217;arco di un quindicennio (<em>The Myth of the American Sleepover</em>, il cult horror <em>It Follows</em> e il noir allucinato <em>Under the Silver Lake</em>), Mitchell si trova per la prima volta al timone di una produzione ad alto budget. In tutta onestà, non si può dire che si sia piegato del tutto alle rigide regole delle grandi produzioni: per quanto possibile, il regista ha cercato di preservare la propria cifra stilistica, confezionando un prodotto d’intrattenimento estivo capace di intercettare un pubblico trasversale. L&#8217;interesse verso l&#8217;opera nasce anche da una campagna promozionale particolarmente azzeccata: poche informazioni sulla trama, trailer accattivanti e privi di spoiler, la presenza dei dinosauri soltanto intuibile e la promessa di rievocare le atmosfere nostalgiche di <em>Jurassic Park</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che si innesca un corto circuito evidente, rendendo il confronto con il capolavoro di Spielberg inevitabile. La proposta di Mitchell cerca tuttavia una strada personale partendo dai suoi protagonisti: la famiglia Platt. All&#8217;apparenza incarnazione del classico quadretto della famigliola felice della provincia americana — immerso in un universo anni &#8217;80 vivo e pulsante tra feste di quartiere, giri in bicicletta tra amici, vicini rompiscatole (cibo per i dinosauri), e le classiche musiche dell&#8217;epoca —, la realtà rivela subito che i genitori, Denise (Anne Hathaway) e Gregg (Ewan McGregor), sono sull&#8217;orlo del divorzio e non sanno come comunicarlo ai figli adolescenti, Audrey e Brian. Quando un pericolo surreale piomba sul loro isolato, il dramma familiare si trasforma improvvisamente in un teso survival movie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla carta, la sceneggiatura si presenta come una delle più audaci lette di recente dai due interpreti, chiamati a passare dall&#8217;analisi intima delle crepe coniugali all&#8217;avventura di pura sopravvivenza. La regia di Mitchell conferma la consueta perizia tecnica nel movimento della macchina da presa, ma l&#8217;operazione complessiva finisce per inciampare nei suoi stessi cambi di tono. La repentina virata verso un&#8217;avventura di sopravvivenza dai tratti anche cruenti stona con la spensieratezza iniziale; le scene d&#8217;azione con i dinosauri si rivelano senza infamia e senza lode (lontane dai picchi di <em>Jurassic Park</em>), mentre la premessa sci-fi legata alla traslazione spazio-temporale del quartiere risulta debole e poco convincente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sebbene l&#8217;intesa tra la Hathaway e McGregor funzioni, in diversi passaggi drammatici si percepisce una certa mancanza di spontaneità, accentuata dalla scrittura dei due figli, le cui sconsiderate azioni (come uscire di casa per cercare il cane smarrito nel momento meno opportuno) si riducono a pretesti narrativi fin troppo frustranti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La fine di Oak Street</em> resta comunque un appuntamento singolare della stagione estiva, sospeso tra avventura, nostalgia e tensione, oltre che una tappa di transizione per un autore di talento in vista del già annunciato <em>They Follow</em>. Un blockbuster senza troppe pretese che non sempre trova il ritmo giusto nel fondere i generi, ma che si rivela pur sempre un&#8217;ottima scusa per godersi il fresco della sala cinematografica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>La fine di Oak Street</em> di David Robert Mitchell. 2026, avventura, USA, 99&#8242;)</h4>



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		<title>La recensione di OCEANIA in versione live-action</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/la-recensione-di-oceania-in-versione-live-action/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[moviedigger]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 09:02:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il remake in carne e ossa non aggiunge nulla alla magia del classico d&#8217;animazione Disney, offrendo solo una fedele e spenta operazione nostalgia A dieci anni esatti dal successo del classico d&#8217;animazione e a soli due anni dal sequel, la Disney porta al cinema dal 19 agosto il remake live-action di Oceania. La storia è...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Il remake in carne e ossa non aggiunge nulla alla magia del classico d&#8217;animazione Disney, offrendo solo una fedele e spenta operazione nostalgia</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph">A dieci anni esatti dal successo del classico d&#8217;animazione e a soli due anni dal sequel, la Disney porta al cinema dal 19 agosto il remake live-action di <em>Oceania</em>. La storia è sempre quella: Vaiana (Catherine Lagaʻaia) risponde al richiamo dell&#8217;oceano e viaggia, per la prima volta, oltre la barriera corallina dell’isola di Motunui insieme al semidio Maui (Dwayne Johnson), in un&#8217;avventura indimenticabile per riportare la prosperità al suo popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo sempre stati molto critici nei confronti di queste operazioni commerciali firmate Disney e questa nuova versione di <em>Oceania</em> non ci ha fatto cambiare idea; al contrario, ha confermato tutti i nostri dubbi. Rispetto ad altri remake della major (25 in totale), qui parliamo del rifacimento in carne e ossa di un film d’animazione ancora attualissimo e che ha già un terzo capitolo in cantiere. Questo solo elemento basterebbe a sconsigliare un&#8217;operazione del genere, ma non per Disney, da tempo orientata a massimizzare i guadagni sfruttando e trattando le proprie opere come prodotti di un catalogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni singola inquadratura del film è identica all&#8217;originale del 2016, di cui ripropone la medesima storia senza un briciolo di originalità. Un approccio così pigro e conservativo che rende la visione noiosa per chi ha visto il cartone, privando lo spettatore di qualsiasi effetto sorpresa, persino nelle gag più divertenti. Emblematico è il caso del pollo Hei Hei, la cui resa in CGI risulta decisamente strana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mancano, comunque, alcuni aspetti positivi, a partire dalle bellissime canzoni di Lin-Manuel Miranda e dall&#8217;ottima integrazione tra i set reali e i green-screen della computer grafica. Le inquadrature aeree e le ambientazioni panoramiche restituiscono la bellezza dei colori dell&#8217;oceano e la ricchezza dei paesaggi polinesiani, mentre le scene d&#8217;azione contro i pirati Kakamora e il demone di fuoco Te Kā sono di ottimo livello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento produttivo apprezzabile riguarda il cast e la rappresentazione culturale: gli attori coinvolti sono di origine polinesiana e delle isole del Pacifico, una scelta di buon senso che conferisce un po&#8217; di autenticità alla narrazione e dà credibilità alle coreografie tribali e alle tradizioni di quel popolo. La giovane esordiente Catherine Laga&#8217;aia ci regala una Vaiana carismatica e fragile allo stesso tempo, mostrando la stessa evoluzione del personaggio del cartone. Nelle scene più drammatiche è ben supportata da Rena Owen e John Tui, i quali, nei panni della nonna e del padre, riescono a trasmettere tutto il calore dei legami familiari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema principale del film, oltre al pigro &#8220;copia e incolla&#8221; della sceneggiatura, è purtroppo Dwayne Johnson, che torna a interpretare il semidio Maui dopo avergli prestato la voce nel cartone animato. Il suo Maui in carne e ossa non funziona: Johnson appare insolitamente sottotono e privo di quella esuberanza stravagante che caratterizzava la controparte animata. A peggiorare la sua prova si aggiunge una parrucca decisamente posticcia a cui è impossibile non fare caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pellicola non offre alcun elemento di novità tale da giustificare il prezzo del biglietto. <em>Oceania</em> non si può definire un brutto film in senso assoluto, ma alla fredda perfezione digitale di questo maldestro tentativo di monetizzare sulle nuove generazioni noi preferiamo di gran lunga la magia dell’originale. Il consiglio per figli e nipoti? Recuperate il classico animato.</p>



<h4 class="wp-block-heading">(<em>Oceania</em> di Thomas Kail. 2026, avventura, USA, 115&#8242;)</h4>



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		<title>La recensione de LA CASA &#8211; IL ROGO DEL MALE di Sébastien Vaniček</title>
		<link>https://www.moviedigger.it/la-recensione-de-la-casa-il-rogo-del-male-di-sebastien-vanicek/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[moviedigger]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 20:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il regista francese firma il sesto capitolo della saga horror puntando tutto su un gore estremo ed effetti pratici, ma il trauma familiare affoga in una sceneggiatura priva di mordente La Casa &#8211; Il rogo del male è il sesto capitolo della saga horror iniziata nel lontano 1981 dal regista Sam Raimi, insieme agli amici...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Il regista francese firma il sesto capitolo della saga horror puntando tutto su un gore estremo ed effetti pratici, ma il trauma familiare affoga in una sceneggiatura priva di mordente</h3>


<div class="wp-block-jetpack-rating-star" style="text-align:left" itemprop="reviewRating" itemscope itemtype="http://schema.org/Rating"><p><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span><span aria-hidden="true">⭐</span></p><span style="display: none;" itemprop="worstRating" content="0.5"><span>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>La Casa &#8211; Il rogo del male</em></strong> è il sesto capitolo della saga horror iniziata nel lontano 1981 dal regista Sam Raimi, insieme agli amici Bruce Campbell e Robert Tapert. Spoiler: la pellicola (titolo originale <em>Evil Dead Burn</em>) continua a raccontare le raccapriccianti storie legate al Libro dei Morti, il celebre Necronomicon. Questa volta, dietro la macchina da presa troviamo il regista francese Sébastien Vaniček (già fattosi notare con l&#8217;ottimo <em>Vermines</em>), che raccoglie il testimone da Lee Cronin, autore della boccata d&#8217;aria fresca portata al franchise con il precedente <em>La casa &#8211; Il risveglio del male</em> (<em>Evil Dead Rise</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trama segue le vicende di Alice (Souheila Yacoub), una ragazza francese che sta elaborando il lutto per la morte del marito William (George Pullar). Suo malgrado, la donna è costretta a partecipare al funerale e, soprattutto, ad affrontare i suoceri nella vecchia casa di famiglia. È proprio in quel luogo isolato che la tensione sale e la minaccia dei Deadite prende il sopravvento, trasformando i traumi e i rancori familiari in una vera e propria esplosione di violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto il profilo puramente visivo, il film non fa sconti. Vaniček infonde nella pellicola una brutalità estrema, inanellando una serie di punizioni corporee implacabili e torture visive che mettono a dura prova la resistenza dello spettatore. Quasi ogni parte del corpo viene martoriata con qualsiasi tipo di oggetto domestico (persino una penna stilografica). Dalla claustrofobica scena all&#8217;interno di un&#8217;auto, passando per un piano sequenza nel caos della casa, fino agli smembramenti e alla carne strappata via, gli effetti speciali rigorosamente pratici – con un uso ridottissimo della CGI – si dimostrano assolutamente all&#8217;altezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero punto debole della pellicola, infatti, non è il comparto tecnico, bensì una scrittura decisamente traballante. Nonostante l&#8217;ottimo spunto iniziale di voler legare l&#8217;orrore demoniaco alle ferite psicologiche di una relazione tossica e di un matrimonio opprimente, il tentativo fallisce. La sceneggiatura tende a soffocare la personalità di Alice, riducendola a un semplice simbolo del trauma piuttosto che a un personaggio a tutto tondo in grado di ribellarsi a una situazione insostenibile. Alcuni flashback che mostrano le accese liti con il marito spezzano il ritmo dell&#8217;azione anziché arricchirla, e i restanti membri della famiglia Price finiscono per essere meri strumenti di morte, carne da macello utile solo a mettere in scena la consueta carneficina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il tono non convince appieno. Laddove la trilogia originale di Raimi brillava per una squisita astrazione fumettistica e un&#8217;irresistibile comicità grottesca, <em>Il rogo del male</em> preferisce un approccio cupo e decisamente pesante. I rari tentativi di ironia e umorismo nero (affidati principalmente alla figura della nonna Polly, affetta da demenza senile) non riescono a smorzare la tensione accumulata, scivolando a volte in una caricatura che stona con la gravità delle tematiche di fondo. Dispiace ammetterlo, ma questo capitolo risulta il peggiore della nuova linea narrativa de <em>La Casa</em>. Ciò nonostante, siamo sicuri che i puristi del gore più estremo troveranno comunque pane per i loro denti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alla fine del film sono presenti due scene post-credit.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">(La Casa &#8211; Il rogo del male di Sébastien Vaniček. 2026, horror, USA, 112&#8242;)</h4>



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