Atlantis - L'impero perduto

Atlantis – L’impero perduto, 25 anni dopo

Il 41º Classico Disney fu un flop commerciale che cercò di rompere con la tradizione: oggi è considerato un vero e proprio cult dell’animazione

Atlantis – L’impero perduto ha compiuto venticinque anni. Quando uscì nei cinema americani nel giugno del 2001 (in Italia sarebbe arrivato a dicembre), il 41º Classico Disney fu accolto soprattutto con indifferenza (ed è la cosa peggiore che possa capitare ad un film). Costato circa 120 milioni di dollari – una cifra enorme per l’epoca –, ne incassò appena 186 in tutto il mondo. Per gli standard della major non fu solo un risultato tiepido: fu un flop epocale. Le attrazioni per i parchi a tema già in cantiere vennero cancellate, la serie tv spin-off fu ridotta a un dimenticabile sequel per la televisione intitolato Atlantis – Il ritorno di Milo (2003) e lo studio decise che l’esperimento poteva dirsi concluso.

Eppure, a un quarto di secolo di distanza, la percezione intorno al film diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise – i registi de La Bella e la Bestia e Il gobbo di Notre Dame – è radicalmente cambiata. Oggi Atlantis viene celebrato come un cult assoluto, una gemma d’avanguardia che ha anticipato i tempi e che, ironicamente, è fallita all’epoca proprio per gli stessi motivi che oggi la rendono un’opera amata e attualissima (al pari di Il pianeta del tesoro).

Per capire cosa andò storto nel 2001, bisogna guardare a cosa era la Disney in quel momento. Lo studio stava uscendo dal glorioso “Rinascimento” degli anni Novanta, un’epoca d’oro dominata da fiabe musicali su formule ben collaudate. Con Atlantis, Trousdale e Wise decisero deliberatamente di fare l’opposto. Volevano un film d’avventura vecchio stile, ispirato a Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, a Indiana Jones e ai fumetti di Mike Mignola (il creatore di Hellboy, che lavorò attivamente alla produzione come scenografo e character designer).

Il risultato fu un film senza canzoni, con un’estetica spigolosa e geometrica lontana dalla morbidezza disneyana, e una trama densa di elementi sci-fi e steampunk. Soprattutto, era un film insolitamente maturo. C’era la morte – non solo quella metaforica dei cattivi, ma quella dell’equipaggio durante l’attacco del Leviatano –, c’era la violenza delle armi da fuoco e c’erano dinamiche geopolitiche ed etiche non banali.

Questa scommessa si scontrò con un problema insormontabile di target e di marketing. La Disney non sapeva a chi vendere il film: era troppo adulto per i bambini piccoli, abituati alle canzoncine e ai pupazzi, ma non abbastanza pubblicizzato come “maturo” per attrarre gli adolescenti o gli appassionati di fantascienza. Inoltre, il 2001 fu l’anno della svolta per l’animazione: poche settimane prima era uscito Shrek della DreamWorks, che con il suo cinismo e la sua CGI 3d aveva ridefinito i gusti del pubblico, facendo sembrare l’animazione tradizionale di Atlantis qualcosa di superato.

Rivisto con gli occhi di oggi, però, il film si rivela incredibilmente moderno (quando si dice di un film che è “invecchiato bene!”). Quelli che nel 2001 vennero accolti come difetti o stranezze sono diventati i suoi punti di forza.

Il primo elemento di enorme modernità è il cast dei personaggi. La squadra che accompagna il linguista Milo Thatch è uno dei gruppi più inclusivi, sfaccettati e memorabili mai creati dalla Disney: il medico afroamericano e nativo Joshua Sweet, l’esperto di demolizioni italiano Vinny Santorini, la giovanissima meccanica portoricana Audrey Ramirez, il cinico cuoco Cookie. Ognuno di loro ha una personalità definita, un passato misterioso e motivazioni economiche che poi si evolvono in un riscatto morale. La stessa Kida, la principessa atlantidea, non è una fanciulla da salvare ma una guerriera orgogliosa e forte, precorritrice delle eroine Disney moderne come Elsa o Vaiana.

C’è poi una forte componente tematica che oggi risuona più che mai. Atlantis è un film fortemente anticolonialista e anticapitalista. I veri cattivi non sono mostri o stregoni, ma mercenari americani guidati dal comandante Rourke, disposti a distruggere e depredare un’intera civiltà millenaria pur di vendere la loro fonte di energia al miglior offerente. È una critica esplicita all’imperialismo e allo sfruttamento delle risorse dei popoli indigeni, temi che nel cinema d’intrattenimento odierno sono centrali (basti pensare ad Avatar di James Cameron), ma che nel cinema d’animazione mainstream di inizio millennio erano quasi rivoluzionari.

Infine, la scelta stilistica. In un’epoca in cui la CGI di inizio anni Duemila mostra tutti i suoi anni, lo stile grafico di Atlantis, influenzato dalle ombre profonde e dalle linee nette di Mignola, è invecchiato benissimo. Il mix tra disegno a mano e primi complessi modelli digitali (come il colossale sottomarino Ulysses) mantiene un fascino artigianale e una potenza visiva unici, arricchiti dall’incredibile colonna sonora orchestrale di James Newton Howard e dalla creazione di una vera e propria lingua atlantidea inventata da Marc Okrand (lo stesso linguista che creò il Klingon per Star Trek).

Atlantis – L’impero perduto è stato la vittima sacrificale di un momento di transizione industriale e culturale. È arrivato troppo tardi per cavalcare l’onda dell’animazione classica e troppo presto per un pubblico che non era ancora pronto a vedere i Classici Disney come veicoli di pura avventura sci-fi. A venticinque anni di distanza, liberato dalle aspettative commerciali del botteghino del 2001, il film ha finalmente trovato il suo posto: non più un fallimento da dimenticare, ma un pezzo di fantascienza animata coraggioso e senza tempo. Potete recuperarlo su Disney+ o noleggiarlo su Apple TV.